Fondata sul lavoro – Pacco, doppio pacchetto e contro paccotto

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di Miss Jane Marple

Legare le sorti del Governo all’esito del
referendum costituzionale non poteva
reggere, e non ha retto. Il presidente
del Consiglio ha quindi riconsiderato le proprie
posizioni iniziali, annunciando che un’eventuale
vittoria dei No non lo condurrà a lasciare l’impegno
politico. Invocare la disciplina di partito
sui temi inerenti alla Costituzione non poteva
reggere, e non ha retto. La sinistra Pd è così
uscita allo scoperto: da un lato i bersaniani, che
condizionano il voto referendario al cambiamento
della legge elettorale, dall’altro i dalemiani,
che rifiutano la proposta di riforma concependo
l’Italicum come una mera aggravante. Superfluo
dire che nessuno a oggi è in grado di garantire la
modifica della legge elettorale nei tempi, nelle
forme e nei contenuti. Su di essa è atteso il giudizio
della Consulta e le recenti aperture della
coppia Renzi-Boschi scontano l’attuale indecifrabilità
del contesto politico post-referendum.
Comunque, se i cattolici del Pd pretendono e
ottengono sempre libertà di coscienza riguardo
le questioni etiche che chiamano in causa la fede,
perché negare uguale libertà a chi individua nella
Costituzione il libro sacro di una religione civile?
Quando maturano visioni divergenti non è la
“dittatura della maggioranza” che può risolvere
l’impasse, bensì la ricerca – pur faticosa – di una
sintesi accettabile da ogni peculiare sensibilità.
Sintesi che, invero, dal segretario è stata cercata
in termini fittizi nel partito e per nulla nel corpo
vivo del paese. Nella nostra democrazia il principio
di maggioranza si espleta in subordine al
principio del rispetto e dell’integrazione delle
minoranze, viceversa, un’assoluta prevalenza del
primo principio non solo degrada la qualità dei
processi democratici, ma di per sé tradisce una
Costituzione devota a uno spirito proporzionalista
intrinsecamente attento a colmare le distanze
e a evitare l’arroganza dei numeri.
La sinistra del Pd, che ha votato la riforma con
le note riserve, non è allora tacciabile di slealtà
nei confronti di una linea che mai ha poggiato
su una solida condivisione. Forse è molto più
sleale avanzare una riforma della Costituzione
senza che le forze parlamentari abbiano ricevuto
in tal senso un mandato dagli elettori. Di certo,
la debolezza delle culture politiche trasforma le
incoerenze da difetto a pregio: quasi tutto e quasi
il contrario di tutto è diventato plausibile. Preminenza
del Parlamento o centralità del potere
esecutivo? Su una simile domanda, fino a qualche
anno fa, un partito inserito nell’alveo culturale
della sinistra non avrebbe tentennato e avrebbe
affermato il primato del Parlamento. Centralismo
o valorizzazione delle Regioni e delle Autonomie
locali? Il medesimo partito avrebbe facilmente
scelto in favore della seconda alternativa. L’indirizzo
di Renzi è perciò in netta contrapposizione
con la consolidata cultura della sinistra
italiana. La riforma, infatti, irrobustisce il Governo
a discapito del Parlamento e promuove
un’opzione centralistica a discapito delle Regioni.
È probabile, poi, che un successo del sì apra le
porte al discorso sulle macro-Regioni; discorso
per ora assai fumoso e controverso. Tuttavia, se
la macro-Regione fosse il compimento di un assetto
federalista dello Stato non sarebbe un’ipotesi
peregrina. Se fosse uno strumento capace di
aumentare rappresentanza e potestà decisionale
dei territori, l’introduzione di una Camera alta
come luogo in cui si riflettono gli interessi regionali
e locali varrebbe da opportuno corollario.
Il punto è che il nuovo Senato svilisce e non
gratifica le istanze territoriali.
Il Titolo V riformato non prevede più le materie
concorrenti fra Stato e Regioni, ed è un’ottima
cosa. Peccato che le materie concorrenti e svariati
ambiti di precedente pertinenza regionale finiscano
pressoché in toto nelle mani dello Stato.
E questo avviene in una fase in cui lo Stato nazionale
è quantomai fragile, fustigato da istituzioni
europee segnate dal deficit democratico e
minacciato dalle logiche del capitalismo finanziario
globalizzato. Dalla riforma emerge allora
una centralizzazione che cassa il nodo (sempre
caro alla sinistra) dell’appropriazione sociale del
potere, di solito meglio perseguibile attraverso
istituzioni locali e regionali che per mezzo di apparati
politici e amministrativi nazionali.
Sotto l’aspetto del rapporto tra Regioni e Stato,
al referendum passano al vaglio degli italiani bizzarrie
sostanziose. Il Senato si vuole composto
anche da 21 sindaci, sebbene i Comuni non
siano deputati a legiferare, a differenza delle Regioni.
Dalla partecipazione alla Camera alta vengono
esclusi i presidenti di Giunta, che continuano
a lavorare nella Conferenza Stato-Regioni,
della quale – inspiegabilmente – non è previsto il
superamento. Per i senatori vige il divieto di
mandato imperativo, dunque, costretti nei giubbetti
di partito, rappresentano la nazione, non i
territori di provenienza e le istituzioni locali di
appartenenza. Infine, ancora non si comprende
come possano essere selezionati in via diretta dai
cittadini; di sicuro, le leggi elettorali regionali
rimangono fra loro diverse, configurando altrettanto
diversi percorsi di legittimazione degli
eletti. Ciononostante, ai senatori spetta di occuparsi
di Costituzione, ma non di bilancio, cioè
dell’allocazione delle risorse tra centro e periferia.
Possono sembrare quisquilie o paturnie, cavilli
o banalità, però non lo sono.
A uscire almeno fiaccata dalla riforma è la rappresentanza
democratica, dopo, tra l’altro, un
ventennio caratterizzato da una sua progressiva
erosione.
Rapidamente: con l’avvento dell’elezione diretta
dei sindaci, i consigli comunali perdono ruolo;
con l’elezione diretta dei presidenti di Regione
analogo scadimento tocca ai consigli regionali;
dal 2009 al 2014, sia i consigli comunali che i
consigli regionali subiscono notevoli ridimensionamenti
di personale politico eletto; nelle città
di medie dimensioni sono contemporaneamente
abolite le circoscrizioni, utili presidi di partecipazione
di base oltre che validi supporti di gestione
amministrativa; le province, i cui consiglieri
già adesso non sono investiti dal popolo,
grazie alla riforma verrebbero soppresse. Insomma,
quando si parla di crisi della rappresentanza,
si parla di qualcosa di tangibile, di effettivo,
di evidente. Il provvedimento elaborato
dalla ministra Boschi implementa questa deriva,
suonando le melodie del “nuovo” con uno spartito
dove spicca la propensione all’accentramento
del potere e la costante tendenza alla disintermediazione,
elementi plasticamente incarnati nel
testo costituzionale riformato dalla “clausola di
supremazia” dello Stato. In breve, in virtù di tale
clausola, al Governo o alla Camera, in nome di
un generico interesse nazionale, è dato sostituirsi
alle legittime prerogative di enti territoriali e regionali.
Ad esempio, di fronte a un contenzioso
tra istituzioni, ovvero di fronte alla resistenza di
un Comune e/o di una Regione rispetto alla costruzione
di un’infrastruttura piuttosto che di
un insediamento produttivo, lo Stato può intervenire
assumendo su di sé la responsabilità della
decisione ultima. Quelle succitate sono solo alcune
delle problematiticità del disegno Boschi
in merito alle relazioni Stato-Regioni.
Nondimeno, le preoccupazioni di una larga fascia
anche avveduta dell’opinione pubblica o vertono
sulla convizione che, fallita la riforma, si esaurisca
sino al 2018 qualunque prospettiva di modifica
costituzionale, o vertono su cosa accadrà al Governo
in carica in seguito alla vittoria del sì o
alla vittoria del No. Il primo timore è smentito
da una serie di emninenti costituzionalisti che
suggeriscono due semplici ma significativi ritocchi
sui quali appare abbastanza agevole reperire
le necessarie convergenze parlamentari. Uno concerne
la proporzionale riduzione del numero di
deputati e senatori e uno la definizione di una
snella Camera di conciliazione volta a limitare il
“ping-pong” tra Camera e Senato. Il secondo timore,
invece, produce una distorsione del dibattito
e degli orientamenti della società civile
nazionale, giacché le Costituzioni guardano oltre
i governi, per natura. Al proposito, insegna l’approccio
dei padri costituenti. Quando, nella primavera
del 1947, gli attriti politici salirono di
intesità a causa dell’estromissione delle sinistre
dall’esecutivo, il lavoro per consegnare all’Italia
la sua Carta fondamentale proseguì in parallelo
senza gravi scossoni o irrimediabili ripercussioni
politiche. L’auspicio è che un’identica saggezza
ispiri pure gli attori in scena nel 2016.

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