Fine dei Giochi

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Probabilmente con la direzione del Pd e il nuovo giro di incontri del Presidente della Repubblica siamo alla fine delle “trattative”. Non ci sarà nessun governo destinato a durare. Bene che vada si andrà ad un esecutivo che farà la finanziaria, la più indolore possibile, e discuterà della legge elettorale, senza arrivare a nessun esito, a meno di un’alleanza – possibile – tra centro destra e Pd per un premio di maggioranza o di governabilità alla coalizione vincente, naturalmente con l’opposizione dei pentastellati. Avevamo detto che questo sarebbe stato l’esito più probabile. Ci asteniamo da giudizi di merito. Siamo stati e continuiamo ad essere osservatori distaccati, nella convinzione che in questo contesto qualunque governo fosse venuto fuori non sarebbe riuscito a risolvere la lunga crisi politico-istituzionale, ormai cronicizzata, che attanaglia il paese da almeno sessanta anni. Operazione difficile sia per la destra, che vorrebbe risolverla in senso autoritario, sia per chi la vorrebbe chiudere in senso “democratico” e “progressista”. Alcuni sostengono che la colpa dell’impasse è di Renzi che ha chiuso ogni possibilità di dialogo con i 5 stelle. Non è solo così. Quello cui stiamo assistendo è la crisi complessiva di un gruppo dirigente in cui tutti sono responsabili. Come dimenticare che tutti i protagonisti sono stati a vario titolo renziani? La “battaglia” che oggi si sta combattendo in campo democratico non è se discutere o meno con i grillini, né tanto meno se farci un governo o una maggioranza, quanto piuttosto chi sarà il detentore del simbolo e della direzione del Pd. La posta in gioco è decidere chi farà le liste se ci saranno – come probabile – nuove elezioni politiche. La questione però è se il Pd riuscirà a tenere come partito o sia destinato a liquefarsi nei prossimi mesi. Non a scindersi, ma a dissolversi. Si parla della necessità di consultare la base. Ma esiste ancora una base o non ci troviamo di fronte ad un agglomerato informe di tifosi pro o contro Renzi? La cosa diviene più chiara se si guardano più che le dinamiche dei gruppi dirigenti nazionali, quanto avviene nei territori. Da questo punto di vista l’Umbria è un terreno di analisi privilegiato: regione già rossa, oggi vede a rischio le sue posizioni di governo nei comuni e, in prospettiva, alla Regione. In una situazione di questo genere ci si sarebbe aspettata una reazione virtuosa. Quello che è emerso e perdura nelle città dove si andrà a votare il 10 giugno è un’ansimante guerra per bande, più che tra correnti, e lo spappolamento generale del tessuto organizzativo dell’erede dei cattolici democratici e del Pci-Pds-Ds. Se i comuni in maggioranza passeranno di mano al centro destra a trazione leghista o ai pentastellati, sarà il momento di recitare il De profundis per gli epigoni di tradizioni politiche di cui oggi non si vedono più neppure le tracce. Non sappiamo dire se ciò sia un bene o un male, dato che non siamo in grado di determinare sia pure tangenzialmente i giochi non è neppure particolarmente interessante. Quello che è certo è che tale esito sarebbe comunque un momento di chiarezza, di cui prendere atto. Per ripartire.

Renato Covino

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