Equilibrio precario

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Ci siamo stancati di ripetere che il sistema
politico umbro è in crisi. La sensazione
è che ormai non sia più utile
dirlo, è un dato di fatto; e pensare che se ne possaequilibrio
uscire a breve è perlomeno temerario. Ormai costituisce
e costituirà, non sappiamo per quanto,
un elemento permanente del quadro, Dopo le
ultime elezioni regionali qualche cretino democratico,
accademico e politico, si è beato della
contendibilità delle amministrazioni locali, sostenendo
che questo sia un segno del superamento
del passato, della fine dell’approccio ideologico
alla politica, insomma una espressione di modernità.
Allo stesso modo oggi si sostiene, disinvoltamente,
che non ci sono alternative al governo
dei democratici, poiché le minoranze non sarebbero
credibili, come se bastasse questo per impedire
cambi di maggioranze e di governo. Ma il
punto non sono tanto le stupidaggini che improbabili
commentatori scrivono sui giornali o dicono
in televisione. La questione è più articolata
e riguarda l’insieme delle forze in campo. Per ridurla
all’osso: un equilibrio politico durato venti
anni è finito. Il centrosinistra non esiste più. Rimane
un Pd sempre più debole come struttura di
partito, mentre a sinistra domina la confusione
più totale, con percentuali elettorali da prefisso
telefonico. Nel centrodestra si manifesta un’unità
di facciata che non riesce a sovrastare la crisi di
prospettiva che emerge a livello nazionale. D’altro
canto i pentastellati, pur con rispettabili percentuali
elettorali, non riescono ad essere competitivi
sul piano dell’alternativa di governo. La crisi dei
partiti, e tra essi di quello di Renzi, ormai ridotto
a un insieme di comitati elettorali con un corpo
attivo fatto di rappresentanti nelle istituzioni e
notabilato di vario genere, fa sì che essi spesso si
presentino con candidati e liste in cui la loro presenza
viene annacquata, quando non nascosta.
Insomma il vecchio sistema politico si è rotto,
quello nuovo ancora non è nato e non si riesce a
comprendere come si configurerà.
Tale situazione è icasticamente rappresentata dalla
formazione delle liste per le prossime elezioni comunali.
Per una decina di comuni interessati dalla
tornata elettorale, di cui solo due, Assisi e Città
di Castello, sopra 15.000 abitanti, ci sono una
quarantina di candidati a sindaco. C’è qualcosa
di più della capacità espansiva del Movimento 5
stelle o del fascino delle liste civiche. Il caso limite
è Bevagna dove il centrodestra non si presenta, il
Pd si divide in tre liste, all’interno delle quali trovano
spazio alternativamente esponenti di destra
e di sinistra. L’unica lista catalogabile è quella
Cinque stelle capeggiata da Emma Di Filippo.
Ad Assisi il centrodestra si divide tra uomini di
Ricci, con una lista civica che candida a sindaco
Lunghi, e una targata Lega, Fi, Fd’I con candidato
Bartolini (il vecchio che avanza). Il Pd si è accodato
ad una candidata sponsorizzata dalla Cei.
Una lista, che candida Luigi Ciotti, raccoglie la
sinistra diffusa e qualche rifondatore, ma lascia
fuori Sinistra italiana. Accanto a queste offerte
elettorali ci sono i pensastellati e uno sfavillio di
liste civiche. A Città di Castello, infine, il socialista
Bacchetta viene appoggiato da Pd, socialisti e la
Sinistra per Castello, dove si sono concentrati
“Possibile” e Rifondazione, nazionalmente orientati
verso liste in opposizione ai candidati appoggiati
dal Pd. La motivazione è che la giunta tifernate
è di sinistra-centro (ma qui il Pd non è quello
di Verini e Ascani, renziani di ferro?), la stessa
con cui Sel e soci giustificavano un anno fa la
loro adesione alla candidatura di Catiuscia Marini.
A essere malevoli verrebbe da dire che la speranza
di un assessorato non olet. Per contro la sinistra
diffusa presenta candidato e lista, in cui sono presenti
anche uomini di Sinistra italiana. Qui il
centrodestra si ricompatta per forza di fame, sono
presenti i Cinque stelle e qualche lista civica.
Come si vede la battaglia per la rappresentanza
segue faglie che riflettono i percorsi di disarticolazione
del corpo sociale, prostrato dalla lunga
crisi, disilluso, senza nessuna fiducia nella possibilità
di incidere sulla politica e sull’amministrazione.
Per contro le amministrazioni in carica fibrillano.
A Perugia la giunta Romizi ogni tanto è
sottoposta a refoli interni che ne mettono in discussione
la tenuta, anche se non si manifestano
con evidenza: l’occasione di governare la città per
grazia ricevuta è stata troppo ghiotta per buttarla
a mare. A Terni Di Girolamo non sa più a che
santo votarsi ed è permanentemente in apnea, va
avanti per forza d’inerzia. A Foligno non è chiaro
se l’amministrazione attuale supererà lo scoglio
del bilancio. In Regione la crisi “sanitaria” è solo
apparentemente superata: i contendenti sono in
tregua, basta poco per riaprire le ostilità. È sufficiente
solo che uno dei punti ceda perché si inneschi
un effetto domino i cui esiti sono difficilmente
prevedibili. È vero: le amministrazioni
locali sono contendibili. Già, ma da chi?

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