E’ morta la Provincia, viva la Provincia!

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Si è votato per rinnovare presidenti e consigli
delle Province. In Umbria l’elezioni
hanno riguardato il consiglio di Perugia e
il presidente e il consiglio di Terni. A Perugia ha votato
poco più del 69% degli aventi diritto a Terni
oltre il 71%. Cifre mirabolanti, ha sostenuto qualcuno;
peccato che in base alla Legge Del Rio, che ha
trasformato le Province in enti di seconda nomina
scippando ai cittadini il diritto di voto, gli elettori
fossero i soli consiglieri comunali, ovvero alcune centinaia
di addetti ai lavori. Non basta. Il Pd ha esaltato
il suo successo. Addirittura a Perugia il centrosinistra
ha conquistato un seggio in più in consiglio provinciale.
Naturalmente non sono mancati i commenti
a proposito del futuro degli enti. Mismetti, sindaco
di Foligno e presidente della Provincia di Perugia,
ha dichiarato che bisogna tornare al voto popolare,
dato che l’ente ha rilevanza costituzionale. Il senatore
Pd Rossi di Terni ha enfaticamente affermato che,
dopo il No del referendum costituzionale, le Province
si avviano verso una nuova primavera e che occorre
non solo ritornare ad elezioni in cui i cittadini esprimano
le loro volontà, ma anche restituire i fondi
inerenti alle funzioni che l’ente esercita. Tanto Mismetti
che Rossi avevano votato Sì al referendum.
Sono stati fulminati sulla via di Damasco.ì Non varrebbe
la pena di perderci tempo. E’ una notizia vecchia,
anzi una non notizia. Il dibattito innescatosi,
tuttavia, evidenzia il dilettantismo e l’imprevidenza
con cui vengono affrontate le vicende istituzionali,
come si progettino operazioni di ingegneria istituzionale,
non calcolandone le conseguenze. Certamente
qualcosa si dovrà fare, sarà necessario rimettere
mano all’organizzazione provinciale, è evidente che
non si potranno più considerare le Province come
enti di secondo grado. Intanto sono stati spostati
personale e funzioni, non sono state trasferite risorse
per le funzioni rimaste nella convinzione che alla
fine sarebbero state abolite. Come si uscirà da questo
pasticcio è ancora oscuro, è probabile che si lasci
marcire la cosa, come sempre avviene in Italia quando
non si sa cosa fare.
Ma, oltre che sulle Province, la discussione si è riaperta
intorno ad una questione che fa da sfondo, da
mesi, al dibattito istituzionale e che solo nel periodo
della campagna referendaria si era inabissata, dopo
essere stata propagandata “con grande clangore di
trombe”. Si tratta della macroregione Umbria, Marche
e Toscana. Il tema è stato ripreso sull’ultimo numero
di “Passaggi”, la rivista dell’Istituto di studi
teologico sociali di Terni. Sono intervenuti Sergio
Sacchi, Roberto Segatori, Roberto Volpi, Luca Diotallevi,
Giuseppe Croce. Non è questa la sede per
una analisi dettagliata dei contributi pubblicati.
Emerge, però, nel migliore dei casi, uno scetticismo
diffuso su come il processo è stato avviato, sul deficit
di partecipazione che lo contraddistingue, sul fatto
che un processo di questa natura, che si innesta su
una realtà rassegnata e stremata come quella umbra,
non ha grandi probabilità di realizzarsi. D’altro canto
l’ipotesi alternativa di Croce e Diotallevi, condita
dalle consuete accuse al centralismo e all’avidità perugina,
di fare leva sul progetto Civiter, ossia su un
accordo tra Terni e territori toscani, laziali e marchigiani
per definire un nuovo possibile spazio regionale,
mostra debolezze uguali, se non maggiori, della proposta
sponsorizzata dai presidenti delle tre regioni.
Ma ci sono altri elementi che congiurano contro la
macroregione. Il primo è la tendenza a trasformare
le Regioni da enti di programmazione ad enti di
amministrazione. Unità troppo grandi è difficile che
riescano – ammesso e non concesso che l’ipotesi sia
giusta e compatibile con la legislazione concorrente
tra Stato e Regioni – a svolgere questo ruolo. Il secondo
è un dato politico che congiura in generale
contro le operazioni di ingegneria istituzionale ed è
la condivisione dei cittadini. Questi ultimi non riescono,
a ragione, a comprendere la convenienza di
smembramenti, accorpamenti, semplificazioni, verificano
che i cambiamenti non comportano affatto
uno snellimento dei servizi, una loro migliore erogazione
e, di fronte alle incertezze del futuro, preferiscono
le certezze del presente. E’ uno dei dati che
emergono dall’esito referendario al netto di una legge
scritta male e delle sue valenze politiche. Scommettiamo
che se si andasse ad un referendum sulla istituzione
della macroregione difficilmente i proponenti
riuscirebbero a vincerlo. Sarebbe esattamente il contrario
della mobilitazione che ci fu negli anni sessanta
del secolo scorso per l’istituzione della Regione in
merito alla quale, nonostante le differenze tra le forze
politiche, c’era un sentimento comune e condiviso.
Ultima questione. Le operazioni di ingegneria istituzionale
funzionano e riescono a passare se chi le
promuove o è uno Stato uscito da eventi rivoluzionari
(così fu per l’ordinamento napoleonico e dopo il Risorgimento)
o uno Stato autoritario (quello fascista
o la quinta repubblica di De Gaulle). Entrambe le
condizioni non esistono nell’attuale situazione italiana,
specie dopo il voto referendario. Non se ne
farà nulla e per molti aspetti – viste le soluzioni che
vengono agitate e lo scasso permanente che le “riforme”
provocano nel funzionamento della cosa pubblica
– non è affatto detto che sia un male. Ciò non
toglie che si continuerà a discuterne. Ma si sa: le
chiacchiere non fanno frittelle.Palazzo_della_Provincia_di_Perugia_4

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