Dopo un quarto di secolo. Continuare a “spiegare con pazienza”

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E’ da venticinque anni che questo giornale
vive. Il primo numero zero è
uscito a fine 1995, il secondo nel
marzo 1996. Poi la cadenza mensile è divenuta
regolare e con essa la presenza in edicola
dove è accoppiato con “il manifesto”, ormai
l’unico giornale dichiaratamente di sinistra
esistente nel panorama nazionale. Non era
scontato. La tenuta sta forse nella formula:
fare un periodico regionale che assumesse
l’Umbria come paradigma del paese, dei suoi
vizi e delle sue contraddizioni, che evitasse
derive localiste, ma anche dalla caparbia tenacia
che contraddistingue il gruppo di comunisti
non pentiti e senza partito che lo redige.
Viviamo con enormi difficoltà, con
conti traballanti, come sanno i nostri lettori
a cui chiediamo periodicamente sostegno e,
tuttavia, siamo cresciuti nella considerazione
di compagni e di amici che ormai ci individuano
come uno strumento di dibattito, di
inchiesta, di proposta. Festeggeremo questo
nostro compleanno. Promuoveremo un comitato
per costruire iniziative che coprano
l’intero anno, resteremo in relazione con il
vasto mondo dell’associazionismo, con
quanto ancora vive della sinistra diffusa nella
regione, con un mondo intellettuale che
spesso non sa dove discutere ed esprimersi.
Vi informeremo delle iniziative e dei progetti
che verranno promossi nei prossimi mesi, intanto
fateci proposte e contribuite al nostro
sforzo.
Di questo impegno c’è bisogno non solo in riferimento
a questo giornale, ma più in generale rispetto
alla situazione economica, politica, sociale,
culturale della regione. Lo abbiamo già scritto. Il
voto del 27 novembre ha rappresentato una cesura
profonda nella storia dell’Umbria. È l’esito
di un processo di lungo periodo che ha determinato
una polverizzazione di gruppi e ceti sociali,
un incanaglimento che ha spinto gli umbri ad
affidarsi alla Lega. L’arroganza delle élite politico
amministrative ha fatto il resto ed ha generato
un fastidio, una ripulsione nei confronti del centro
sinistra. Ciò non significa affatto, al netto
della regressione ideologico culturale, che le cose

andranno meglio, che la destra esprimerà una
politica economica e sociale coerente, quanto che
verranno messi in “vendita” o affidati all’esterno
servizi essenziali. Così avverrà nella sanità dove il
memorandum con l’Università genera una partnership
squilibrata a favore dell’Ateneo e dei clinici
universitari, mentre aumenteranno le convenzioni
con i privati. Altrettanto sta accadendo per il sistema
dei trasporti ormai nelle mani di Ferrovie
dello Stato. Qualcosa di simile è ipotizzabile per
rifiuti, gas, acqua la cui gestione (e i cui profitti)
verranno esternalizzati. E le imprese? i vertici burocratici
di Stato, Regione, Comuni? Si adegueranno.
Nel primo caso tranne le multinazionali
e le imprese medio grandi che si contano sulle
dita di due mani, il sistema delle imprese è
per vocazione governativo. Nel secondo caso
è già cominciata la trasmigrazione verso i
nuovi amministratori. Politiche di sviluppo
non se ne vedranno, come non se ne vedevano
prima. Si continuerà a parlare di spin
off, start up, ecc. senza produrre risultati visibili.
Intanto la situazione economica dell’Umbria
continua a peggiorare, con evidenti
effetti sociali.
Detto questo – e dando per scontato che le
opposizioni nei diversi consigli sono assolutamente
incapaci, per storia e vocazione, di
contrastare efficacemente la destra al comando,
di mobilitare pezzi di società – l’unica
soluzione di un qualche senso è valorizzare,
collegare, implementare, dare voce alle diverse
forme di opposizione e resistenza sociale
presenti nella regione. L’importante è non
farsi illusioni. Sapere che nell’immediato non
saranno capaci di produrre forme di rappresentanza,
che presenteranno ambiguità e contraddizioni,
che sono naturalmente portate
a deperire per poi, semmai, riproporsi in
modi diversi. Sono realtà consapevoli che
dalle articolazioni dello Stato otterranno
poco e nulla e che o si collocano sul versante
dell’autorganizzazione o su quello della vertenzialità
volta a rivendicare diritti negati.
Entrambe le forme creano tuttavia momenti
di solidarietà e di partecipazione.
È su questo difficile ed inusuale terreno che
una sinistra diffusa può cercare di ricostruire una
sua fisionomia, uno schema di interpretazione
della realtà. Una teoria ed una pratica. Un’azione
quotidiana di cui può essere protagonista anche
chi ha poco tempo, è assillato da lavori ripetitivi
e gravosi, può impegnarsi solo per qualche ora al
giorno. Purtroppo non ci sono scorciatoie, lo abbiamo
ripetuto fino alla nausea, non c’è altro
modo per promuovere antagonismo e conflitto,
per rompere la cappa di rassegnazione e di sconfitta
che attraversa la sinistra umbra. Continueremo
a ripeterlo con costanza, convinti che uno
dei compiti di chi oggi continua a dichiararsi di
sinistra e vuole cambiare lo stato di cose presente
sia quello di “spiegare con pazienza”.

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