Dopo il summit di Parigi – Marini be bold

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Anna Rita Guarducci

Ora che lo spettacolo è finito possiamo
valutare, senza interferenze e condizionamenti,
l’esito del ventunesimo summit
della terra. Capire se anche questo, come tanti altri,
non sarà incisivo per scongiurare l’aumento della
temperatura media terrestre rispetto all’epoca preindustriale;
benché se rimanesse entro i due gradi,
fino alla fine di questo secolo, sarebbe ancora accettabile
secondo gli scienziati. Perché se non fermiamo
questa tendenza saremo costretti ad affrontare
sempre più spesso gli effetti dei cambiamenti
climatici. Già su “micropolis” di luglio avevamo
espresso molti dubbi e scarse aspettative, quelli di
sempre, specialmente se si considera che questi
provvedimenti sono ancora su base volontaria. Le
valutazioni, poi, non possono prescindere dagli
eventi mondiali concomitanti che sono destinati
ad incidere sul giudizio in osservanza stretta della
globalizzazione di cause ed effetti. Tenuto conto di
tutto ciò, poteva la Francia dichiarare al mondo
un altro colossale fallimento? Il terzo in un anno?
Certo che no. E così viene annunciato, dopo giorni
di trattative, anche (o solo?), sulla virgola prima
del ma, che siamo a una svolta storica perché i 195
paesi partecipanti si sono impegnati a ridurre le
emissioni climalteranti non più entro due, bensì
entro 1,5 gradi. Se questo obiettivo fosse seriamente
perseguito sarebbe un grosso risultato, visto che
perseverando nelle abitudini attuali la temperatura
è prevista in crescita da 3 a 4 gradi.
Queste sono le premesse, ma al dunque, sembra
tutto rimandato, come se l’appello dell’Ipcc (Intergovernmental
panel on climate change) di agire
subito, perché i cambiamenti climatici sono già in
atto, non fosse una cosa seria. Allora l’introduzione
delle verifiche di efficacia, sebbene siano un buon
segnale, si farà solo a partire dal 2025. Sullo stanziamento
di 100 miliardi di dollari all’anno per la
lotta ai cambiamenti climatici e per riparare perdite
e danni ai paesi più soggetti, cioè quelli in via di
sviluppo, non è chiaro il chi e il come e si teme che
vengano dirottate risorse pubbliche già stanziate
per lo sviluppo; come in un truffaldino gioco delle
tre carte. Insomma, sono questi e altri i motivi per
temere che dietro al grande clamore sull’accordo
di Cop 21 ci sia poco o niente di concreto. E come
al solito chi ha buona volontà deve andare a scovare
nei dettagli la possibilità di agire in modo virtuoso
secondo legge; quindi si può accogliere positivamente,
anziché leggerla come una lavata di mani,
la restituzione di un ruolo centrale ai governi e
dunque ai territori. Tocca a noi. Ma si sapeva, e
quando dicevamo che la goccia Umbria nel mare
Italia incide sull’economia per il 2% appena (figuriamoci
nel mare mondo!), non era per sminuire,
ma per sottolineare l’importanza del comportamento
di ogni singolo cittadino, regione, stato,
continente. Perché solo con la somma di tante piccole
azioni virtuose possiamo rallentare o, meglio,
fermare, questa corsa verso il disastro. Purtroppo
la carenza di incisività nella direzione virtuosa dell’azione
politica e legislativa della piccola Umbria,
è risultata ancora più evidente alla luce delle recenti
operazioni della Direzione antimafia di Perugia e
della Guardia forestale sulla gestione di rifiuti della
Gesenu. Così, anziché distinguersi per un approccio
virtuoso come avrebbe potuto, e dovuto, fare grazie
alla sua piccola e gestibile dimensione, si è allineata
alla politica del gestore privato. Sappiamo tutti che
la filiera dei rifiuti ha un impatto altissimo sulle
emissioni in atmosfera e sulla qualità della vita,
pensiamo solo a quanto siano inquinanti le discariche
con l’occupazione del suolo e il percolato che
spesso filtra fino alle falde se non cola direttamente
nei corsi d’acqua, e l’Umbria fa ancora largo uso
delle discariche; i viaggi con i mezzi pesanti per
trasportare rifiuti; gli inceneritori di Terni che ancora
bruciano materia potenzialmente riciclabile;
il materiale differenziato che viene rispedito al mittente,
dunque in discarica, perché non rispondente
ai requisiti; i rifiuti abbandonati in discariche abusive.
L’elenco sarebbe ancora lungo, ma, per rimanere
in tema di azioni del singolo, c’è un argomento
su cui il cittadino consapevole che voglia iniziare a
comportarsi in modo virtuoso può cominciare ad
agire. La pratica quotidiana degli avanzi alimentari
contribuisce sensibilmente a formare i cosiddetti
rifiuti organici o umido e su quella ognuno può
ragionare e organizzarsi, finché non diventa automatico,
ridurre fino a zero i rifiuti del cibo, avanzati
o scaduti. Quello sarebbe già un grosso successo
per due ragioni importanti: una etica che non c’è
bisogno di spiegare e per ridurre i rifiuti da smaltire.
Anche nel campo della mobilità l’Umbria non dà
segnali virtuosi, visto che Perugia e Terni primeggiano
in Italia per l’uso del mezzo privato al posto
di quello pubblico e in giornate come quelle attuali,
con bel tempo e basse temperature, le cosiddette
polveri sottili (Pm10 specialmente, e Pm2,5) superano
ogni giorno il limite di legge contribuendo
a determinare le condizioni per l’aumento dei decessi
da malattie respiratorie, come recentemente
rilevato da Eurostat.
Gli ambiti in cui operare le buone pratiche sarebbero
molti, ma alcuni arrivano all’emergenza più
rapidamente e tra questi ci sono, appunto, rifiuti e
mobilità.
Quindi, visto che siamo già in una situazione di
emergenza, almeno nella società che gestisce buona
parte dei rifiuti regionali a causa delle indagini (secondo
i reati ipotizzati dagli inquirenti, è proprio
il tipo di gestione messa in piedi a non garantire
un servizio adeguato) il momento è quanto mai
opportuno per un cambio di rotta deciso e preciso.
Visto che il programma elettorale con cui la presidente
Marini è stata rieletta prometteva l’adozione
della strategia rifiuti zero e, quindi, l’abbandono
dell’uso di discariche e inceneritori, in totale discontinuità
con il suo precedente mandato, è il
momento, ora, di cambiare il Piano regionale dei
rifiuti.
Il cambiamento dovrà andare nella direzione di
quella economia circolare di cui per ora si parla
soltanto, ma che ci permetterebbe di risparmiare le
materie prime perché avremo prodotto materie seconde
con il riciclo di ciò che ora va in discarica o
nell’inceneritore.
Allora, parafrasando il testo di una delle tante lettere
che è stata inviata alla Cop 21 di Parigi con il titolo
“A letter from earth to Paris”, ci sentiamo di esortare
così: The time to act is now, Marini be bold (Il
tempo di agire è adesso, Marini sii audace).

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