De bello sanitario

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di Renato Covino
mariniPace armata nel Pd, nella giunta e nel gruppo democratico alle Regione dell’Umbria. Le riunioni di gruppo e di direzione hanno, finora, partorito un documento di intenti in otto punti che prevede che le questioni calde siano risolte con il tempo, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte. C’è un dato comune a tutti che è legato alla scelta di un ruolo di controllo e di indirizzo dato alle istituzioni, mentre la gestione viene delegata agli amministratori del servizio. È la logica che attraversa tutti i settori (dai rifiuti, ai trasporti, alla sanità): concentrare le strutture come soluzione dei problemi e delle disfunzioni, provocare un dimagrimento dell’intervento pubblico e, in nome della sussidiarietà e della maggiore efficienza, dar vita ad un sistema sanitario dove appare evidente l’apertura al privato. Naturalmente le criticità, a cominciare dalle liste d’attesa, saranno risolte con il tempo, nel corso della legislatura si dice, mentre i costi del servizio saranno, per quanto possibile, scaricati sui cittadini. La questione che allora si pone è come e chi debba realizzare questo progetto, chi controlla la macchina, con quale velocità debba andare avanti il processo. Sono questi gli elementi centrali dello scontro. In tale quadro la presidente si muove con cautela. Sa che il percorso è minato, che rischia di mettere in moto sensibilità zonali e comunali e che, quindi, la questione di un’unica azienda sanitaria e di un solo polo ospedaliero va maneggiata con cura. Peraltro vuol dettare lei la road map, con suoi uomini di fiducia, sapendo che questi rappresentano altrettante ciambelle di salvataggio di fronte a possibili incidenti di percorso (qualche scandalo, qualche malversazione, qualche concorso manovrato). Dall’altra parte Barberini, assessore dimissionario, ma soprattutto il suo patron Bocci, vuole accelerare e cambiare uomini, vedono come fumo negli occhi Walter Orlandi, ritenuto il cane da guardia della Marini al settore. Si tratta di disarticolare gli assetti della sanità, velocizzando il passaggio a un sistema pubblico-privato. Il controllo nella sostanza diviene gestione di potere e clientele. In questo caso i dirigenti devono essere funzionali a tale progetto e, soprattutto, fedeli a chi lo promuove, salvaguardando il ciclo degli affari. Indipendentemente dai particolari il tema è questo. Allo stato dei fatti la presidente ha creato un punto di non ritorno: ha nominato gli apicali della sanità e prima di un anno non è possibile, a suo dire, fare sostituzioni. Barberini non può rientrare in giunta senza almeno qualche scalpo (quello di Orlandi) che attesti che non ha mollato, che ne uscito in modo onorevole. Entrambi (ma soprattutto la Marini) non possono spingersi oltre, pena la caduta della giunta e nuove elezioni con un Pd a pezzi e con forti possibilità di sconfitta. La soluzione più probabile è un sordo scontro destinato a durare e alla fine a liquefare quel poco che resta del partito umbro di Renzi. Poco male: per quel che serve…

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