Crisi d’identità – Un’inchiesta sui movimenti identitari in Francia

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di Roberto Monicchia
La vittoria di Macron nel ballottaggio
contro Marine Le Pen ha fatto tirare
un sospiro di sollievo a molti, a cominciare
dai governi nazionali e dalle istituzioni
comunitarie. Rapidamente, dallo “scampato pericolo”
per avere evitato un ulteriore terremoto
dopo la Brexit e Trump, si passa all’esultanza
per il “nuovo corso”, e basti a tal proposito il
titolo dell’instant book sfornato dal “Corriere
della sera” per celebrare il nuovo presidente:
Rivoluzione.
Non sappiamo quanto ci sia di cattiva coscienza
in tale interpretazione, di certo essa dimostra
una sconcertante superficialità, uno sguardo
asfittico su fenomeni sociali e culturali che
stanno scuotendo alle fondamenta le società occidentali,
ben al di là di quanto possa indicare
il risultato di una consultazione elettorale.
Un contributo a questa comprensione, relativo
al caso francese e pubblicato a ridosso delle elezioni
presidenziali transalpine, viene dal giornalista
Eric Dupin, La France identitaire. Enquete
sur la réaction qui vient (La Découverte,
Paris 2017). Inseguendo gruppuscoli politici e
siti web, interrogando antichi e recenti maitre
à penser della destra vecchia e nuova, analizzando
le posizioni dei maggiori schieramenti
politici in vista delle elezioni, Dupin scopre
come il tema dell’identità sia una cartina di tornasole
che rivela fratture nel corpo della nazione
tali da metterne a rischio la coesione e la tenuta
democratica: si è in presenza di una vera e propria
crisi identitaria.
Il tema della identità non è più confinato, come
è stato per decenni, negli ambienti dell’estrema
destra tradizionalista; da un lato costituisce la
matrice di una galassia nuova di gruppi e associazioni
che mettono a soqquadro gli ambienti
“ultras” più o meno contigui al Front national,
dall’altro investe settori dell’opinione pubblica
prima indifferenti o ostili anche solo a prendere
in considerazione il tema.
La “marea identitaria” descritta da Dupin non
è una moda estemporanea, ma affonda le sue
radici nella crisi sociale complessiva generata
dall’intreccio esplosivo di fenomeni quali la crisi
della globalizzazione neoliberista, la nuova ondata
di immigrazione e la recrudescenza del
terrorismo.
In tale contesto, particolarmente sentito in Francia,
la denuncia della “libanizzazione” del Paese,
con l’incombente rischio di guerra civile, la sensazione
di essere “divenuti stranieri a casa propria”,
l’appello alla difesa dei francesi “nativi”
sono sempre più largamente accettati e rilanciati
anche da intellettuali democratici e di sinistra.
In sé i leader e i movimenti “identitari” che
Dupin recensisce, possiedono una forza politica
modesta. Tuttavia, nella loro diversità di composizione
e impostazione, sono accomunati da
un forte impegno “metapolitico”, che punta
cioè molto sulla battaglia ideologica, e appaiono
capaci di produrre senso comune, condizionando
opinione pubblica e forze politiche maggiori.
Uno degli elementi di questo senso comune è
l’ossessione di un’irriducibile diversità tra i francaise
de souche (francesi “originari”, è il nome
di un seguitissimo sito “identitario”) e i migranti
i quali, indipendentemente dalla provenienza e
dal tempo trascorso dall’arrivo, non avrebbero
nessuna possibilità né volontà di integrarsi nella
società francese. Tale diversità non è solo vista
come fonte di criminalità: più in generale è la
tendenza a organizzarsi in comunità separate
che minaccia la “nazione francese”, rendendo
più deboli e indifesi, “stranieri a casa propria”,
i “nativi”.
Nei gruppi identitari il discorso si colora di
esplicite venature razziste, ma allo stesso tempo
trova credito perché dà una spiegazione semplificata
ed estrema ad una situazione reale: da
un lato la crisi economica e sociale, dall’altro la
pressione migratoria mettono in crisi lo stato
sociale e con esso le politiche di integrazione.
È evidente che a soffrirne siano le classi sociali
più deboli: la retorica dei gruppi identitari fa
presa sui petit blancs, i più esposti a disoccupazione,
degrado sociale, microcriminalità. In questa
situazione è quasi fatale che la “questione
etnica” si sovrapponga e si sostituisca alla questione
sociale.
Nella galassia identitarista, la tendenza alla segmentazione
in comunità separate è da un lato
segnalata come un dato di fatto che rende fallimentare
qualsiasi politica di integrazione o assimilazione,
dall’altro rivendicata come linea di
azione. Il “comunitarismo bianco”, già praticato
da diversi gruppi come Generation identitaire
(attraverso campi estivi, azioni di strada, presenza
negli stadi) dovrebbe essere la base della
riscossa, del ritorno a “la Francia ai francesi”.
Quanto alla realizzazione del proposito, il discorso
diventa molto più nebuloso: presente ma
abbastanza isolata – oltre che chiaramente irrealizzabile
– è l’opzione delle re-emigrazione,
dell’espulsione in massa di tutti i francesi non
originari.
Molteplici ed eterogenee sono anche le basi
ideologiche del movimento identitario. La convinzione
dell’impossibilità dell’integrazione, in
qualunque forma, degli stranieri poggia su diverse
declinazioni della pretesa naturalità delle
differenze: ben presente è il razzismo biologico
classico (nato nella sua forma moderna proprio
in Francia nell’800), sia pure lessicalmente camuffato;
ad esso si affianca la veste più raffinata
del razzismo differenzialista o cuturalista, anch’esso
nato in Francia negli anni ‘60 del Novecento
per opera di Alain de Benoist, tuttora
molto attivo nella galassia identitarista.
L’antico teorico della Nouvelle droite propugna
una “fusione di destra e sinistra”, contrapponendo
le irriducibili differenze etnico culturali
all’universalismo capitalistico e democratico,
che produce omologazione e alienazione. Se
nella sua versione il “comunitarismo” rappresenta
la soluzione radicale del problema dell’identità,
in quella del filosofo Alain Finkielkraut
prevale l’angoscia per “l’identità infelice”
dei francesi, ormai stranieri sul proprio suolo,
e il separatismo comunitario un ripiego sostanzialmente
difensivo.
Come si è detto, alla scarsa consistenza politica
del movimento identitario fa da contrappeso la
capacità di imporre il tema a tutto il quadro
politico. Ovviamente la sponda più vicina e più
esposta è quella del Front national, che ha sfruttato
ampiamente il tema anche nella recente
campagna presidenziale, coniugando la difesa
dell’identità francese alla difesa delle classi popolari
contro l’establishment.
D’altra parte la scelta “repubblicana” (e non
“etnica”) di Le Pen ha creato notevoli fratture
tanto nel gruppo dirigente che nella periferia
del partito. In ogni caso è evidente che il link
tra questione sociale e questione identitaria procuri
al Fn un enorme consenso tra i ceti popolari
“nativi” (almeno il 55% degli operai francesi
ha votato per lei).
Nelle primarie della destra repubblicana il tema
dell’identità è stato agitato con particolare virulenza
da Sarkozy, che ha insistito sulla necessità
di una “assimilazione forzata” degli immigrati
ai valori repubblicani, attaccando come
buoniste le più moderate posizioni di Juppè,
ancorate all’“identità felice” della tradizione repubblicana,
cui potrebbero aderire anche i non
nativi, musulmani compresi. Fillon, uscito poi
vincitore dalle primarie, ha cercato un’ambigua
via di mezzo.
Difficoltà e divisioni sono seminate dalla febbre
identitaria nelle diverse anime della sinistra,
qui, come dappertutto, messa sulla difensiva
dalle nuove configurazione dei conflitti. Se da
un lato resistono la difesa del carattere multiculturale
e multietnico della Francia, mentre ci
si sforza di riportare l’attenzione sulla natura di
classe dei contrasti, dall’altra è sorto un “identitarismo
repubblicano” che non intende lasciare
il tema alla destra.
Pur essendo dedicato allo specifico caso francese,
il discorso di Dupin affronta una questione
aperta in tutto l’occidente. Il combinato disposto
di disordine geopolitico, crisi economica,
deperimento dello stato sociale, immigrazione,
crisi della democrazia, ripropone contraddizioni
e opzioni ideologiche che si pensavano tramontate.
Se gli apprendisti stregoni delle virtù della globalizzazione
neoliberista sono ridotti a fare gli
scongiuri affidandosi ai Macron e ai Renzi, la
sinistra fatica a uscire dalla tenaglia tra rispetto
delle “compatibilità” del sistema e deriva etnica
del conflitto sociale: tra il socialismo e la barbarie,
la seconda appare in grande vantaggio.

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