Contrordine compagni!

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A proposito di un convegno sulla Brigata Gramsci

Il 12 settembre si è svolta a Cascia la giornata66
di studio sulla storia della Brigata
Garibaldina “Antonio Gramsci”, attiva
tra il Ternano, Rieti e l’Alta Valnerina tra l’inverno
e la primavera del 1944.
E’ stata l’occasione di una rilettura delle vicende
della nota formazione partigiana, che ha evidenziato
l’estrema complessità della Resistenza
nell’Appennino Umbro-Marchigiano-Laziale.
Lo studio di un tale percorso richiede strumenti
diversi dal passato: dalla storia politico-militare
occorre muoversi verso la storia sociale e delle
strutture, l’antropologia storica e la storia orale,
della cultura e delle idee. Si è parlato di città e
montagna, di bombardamenti, di sfollamento
e rapporto tra partigiani e comunità rurali, delle
donne e delle reti parentali, di guerriglia e resistenza
non armata, dei cattolici e dei sacerdoti
antifascisti, del ruolo dei partigiani slavi e della
reale consistenza del movimento partigiano.
Sono state presentate anche le ultime novità documentarie
e interpretative sui punti che hanno
provocato negli ultimi anni maggiori discussioni
e dibattiti: guerra civile, stragi nazifasciste
e controrappresaglie partigiane. E’ stato affrontato
anche il delicato tema della violenza, della
lotta fratricida e dei diversi orizzonti etici e politici
delle forze in campo.
Il quadro che è emerso è stato di grande interesse
e naturalmente non definitivo. Restano da
approfondire molte piste di ricerca, specie per
inserire la vicenda della brigata “Gramsci” e
della Resistenza in Umbria nel panorama nazionale
ed europeo. E’ sempre più chiaro, infatti,
che la guerra di Liberazione nell’Appennino
Umbro-Marchigiano-Laziale non è stato un
fatto marginale, ma un percorso politico e culturale
importante nelle retrovie del fronte di
Cassino in un momento molto delicato della
guerra, che ha messo sotto sforzo le strutture
politico-sociali preesistenti e gettato le basi per
la costruzione della vita democratica in Umbria.
La giornata di studi è stata organizzata dall’Anpi
e dal Comune di Cascia, con il patrocinio dell’Isuc,
delle provincie di Perugia, Terni e Rieti e
degli altri Comuni dell’area.
Per entrare nel merito dei temi del convegno
vale la pena aspettare la pubblicazione degli atti,
prevista per la primavera del 2016: conviene qui
riflettere su un altro problema. Pur riconoscendo
il notevole impegno organizzativo del
Comune di Cascia e il successo dell’iniziativa
anche in termini di pubblico, resta il fatto che
un convegno così importante si sarebbe dovuto
tenere a Terni, che così tanto ha dato al movimento
resistenziale in termini umani, organizzativi
e politici. Perché non è andata così?
Sarebbe stato possibile?
La domanda non è banale, perché la città sta
preparando il dossier per la candidatura a capitale
italiana della cultura. Può trovare spazio in
una visione che vuole essere postmoderna, fortemente
sbilanciata sul futuro e sulla creatività
come motore del progresso un noioso argomento
di storia del Novecento come la Resistenza?
Può sembrare roba da vecchi e specialisti, che
negli ultimi anni ha destato soltanto polemiche
rancorose e claustrofobiche.
E tuttavia i valori della Resistenza e dell’antifascismo
restano l’attualissimo fondamento della
cittadinanza, espresso nella Costituzione repubblicana.
La Resistenza resta, con tutti i limiti
umani e morali, con tutti gli errori militari, politici
ed etici e le brutture della guerra civile,
l’unico autentico momento rivoluzionario della
storia del popolo italiano. Nel caso ternano,
anche se con posizioni diverse, hanno combattuto
per la libertà cattolici e laici, uomini di sinistra
e patrioti conservatori e moderati. Terni,
tra l’altro, è stata liberata dalle truppe indiane
appartenenti all’epoca all’Impero Britannico.
Oggi in città vivono molte persone originarie
dell’India. Non è un buon requisito per diventare
cittadini ternani venire dalla nazione che ci
ha liberato dal nazifascismo? La storia della Resistenza
non è, insomma, triste storia locale e
anche il futuro multietnico della città si può radicare
nei valori della Liberazione. Il momento
del Novecento ternano da salvare per la città del
futuro dovrebbe essere proprio quello della resistenza.
Si dirà che parlare ancora di Resistenza
porta soltanto polemiche e divide la comunità
cittadina. Ma chi ha combattuto per la libertà
dell’Italia l’ha fatto anche per coloro che, all’epoca
schierati con i fascisti, nel dopoguerra
hanno potuto godere dei diritti politici.
Che a Terni non si possa organizzare un convegno
come quello del 12 settembre a Cascia, dipende
dall’uso pubblico, politico e strumentale
che la sinistra ternana ha sempre fatto della Resistenza:
dopo aver alimentato per decenni il
mito dei partigiani comunisti eroi senza macchia,
ora ha deciso di dimenticarli. Sembra che
gli ex comunisti che amministrano Terni si
siano accorti soltanto da qualche anno che i loro
nonni sparavano ai fascisti e non soltanto ai tedeschi
e che in alcuni casi hanno anche compiuto
brutalità. Loro e gli ex democristiani
hanno scoperto che tra i resistenti, oltre ai comunisti,
c’erano anche cattolici, preti, patrioti
badogliani, carabinieri e appartenenti all’esercito,
finanzieri, internati militari, deportati
ebrei, donne e ragazzini. Hanno scoperto che
Terni, come detto, è stata liberata dalle truppe
coloniali e non dagli scozzesi in kilt come nel
caso di Narni e che i bombardamenti sulla città
sono stati meno dei 108 ricordati negli annunci
ufficiali. Tutto molto complicato e poco romantico,
insomma, perché se ne possa fare un
nuovo uso pubblico e, quindi, come se fossimo
in Kazakistan, hanno deciso che è meglio non
parlarne più. La complessità non trova spazio
nella vicenda politica attuale. Basti pensare alla
figura difficilmente incasellabile di Don Concezio
Chiaretti, prete antifascista, ucciso dai tedeschi
a Leonessa nella Pasqua del 1944: aveva
strette relazioni con i partigiani comunisti, ma
di certo non è stato il cappellano della Brigata
“Gramsci” come si è raccontato a Terni per settanta
anni.
Per finire qualche domanda all’assessore alla
cultura del Comune di Terni Giorgio Armillei,
che non sembra subalterno alle logiche sopra
accennate. E’ stata o no la Resistenza un momento
rivoluzionario portatore di forti cambiamenti,
tuttora a fondamento della comunità
ternana? E’ possibile che nel percorso previsto
per la candidatura a Terni capitale della cultura
s’ipotizzi un momento di approfondimento su
questi temi?

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