Chiude Expo, occasione mancata – Il medioevo prossimo venturo

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di Elena Castellari*

Nutrire il Pianeta, energia per la vita”
questo è il tema dell’Esposizione universale
2015, iniziata lo scorso 1°
Maggio e ormai giunta quasi al termine. Con la sua
area espositiva di 1.1 milioni di metri quadrati e
circa 140 Paesi partecipanti, ha raccolto un copioso
sciame di visitatori spinti dalla curiosità verso un
evento così dibattuto e potenzialmente così “importante”,
sia per i temi proposti che per gli investimenti
fatti.
Di Expo si è sentito molto parlare già prima che
aprisse i battenti per la corruzione ormai legata, con
un meccanismo quasi deterministico, alle grandi
opere. Naturalmente, visto il nome che porta e
l’obiettivo che si prefiggeva, l’inizio è stato come
una prima nota stonata in una sinfonia.
Come in tutte le storie che si rispettano, si è cercato
di coprire le voragini organizzative presenti con ogni
sforzo e ad ogni costo. Bisognava rispettare i tempi,
recuperare quelli perduti e naturalmente non si è
badato a spese. Il costo complessivo per l’Esposizione
universale è stato stimato a circa 14 milioni di euro
ma, dalle notizie che si hanno, sono cifre che potrebbero
salire visto che il costo del solo padiglione
Italia è passato dai 63 milioni previsti ai 92 effettivi.
Ad oggi, ancora, non sappiamo bene quanto questa
opera graverà nelle tasche dei contribuenti. Le pratiche
economiche legate agli extra costi degli appalti
non sono state ancora archiviate e i ricavi sono per
ora sconosciuti.
Ci si è mossi al ritmo del “fate presto”. Si è corso
così tanto da dimenticarsi di aprire i bandi di gara
per assegnare alcuni degli appalti, lo si è fatto con
una naturalezza così spietata che pure la Corte dei
conti si è pronunciata a riguardo. La più clamorosa
gara vinta senza essere bandita è stata quella che ha
visto destinare due padiglioni, 4 mila metri quadrati
ciascuno, a Eataly, di Oscar Farinetti. Che dire, forse
nessun altro avrebbe potuto esserne all’altezza? Infatti
questo presunto abuso si è magicamente travestito
in azione benefica che il magnate di Eataly ha destinato
all’Italia tutta per rappresentare con orgoglio il
nostro Paese. Un entusiasmo da primi della classe
che, se non controllato, può calpestare i diritti degli
altri. Si sa, le accuse e le polemiche le attraggono
tutti quelli che sono disposti a sporcarsi le mani,
che non lasciano fare agli altri quello che l’urgenza
richiede; coloro che mettono l’azione al centro del
loro mandato e lo portano in fondo con dignità.
Tuttavia quando si parla di dignità non si può prescindere
dal rispetto di principi, regole, che a volte
sono anche non scritte.
A McDonald’s è stato destinato uno spazio complessivo
di 600 metri, per un totale di 300 posti. Il
colosso del fast food statunitense, in qualità di sponsor
ufficiale di Expo, si è preso carico di illustrare al
mondo, assieme a Coca Cola, la sana e corretta alimentazione.
Senza bisogno di troppe parole, non è
difficile capire quali possano essere i conflitti di interesse
per colossi economici nel farsi promotori di
linee guida su argomenti inerenti il business di appartenenza.
Bisognerebbe prestare più attenzione
nell’evitare che azioni di marketing etico, per quanto
lecite, interferiscano con la libertà e la veridicità
nelle informazioni, soprattutto se destinate a scopi
educativi e di sensibilizzazione. Hanno quindi giustamente
attratto molte critiche le raccomandazioni
dell’assessore al lavoro ed istruzione della regione
Lombardia, Valentina Aprea, che ha sollecitato dirigenti
scolastici ed insegnanti degli istituti regionali
a consumare un pasto da McDonald’s perché più
economico, senza considerare il suo livello nutrizionale
o il suo impatto ambientale, aspetti che evidentemente
non assumono importanza neanche in
certe circostanze.
Nel giorno dell’Italia che festeggia il lavoro, Expo
apre i cancelli. I primi mesi sono una timida escalation,
i visitatori ci sono, ma non quanti attesi. Sono
soprattutto le scuole, prima della fine dell’anno scolastico,
ad organizzare una visita all’Esposizione universale
di Milano. Così, accompagnati dagli insegnanti,
arrivano ad Expo per una visita educativa
centinaia di giovani, generazioni che giocheranno
un ruolo chiave e che dovranno fare rinunce per garantire
che questa terra diventi sostenibile. Si sono
trovati di fronte chilometri di padiglioni, personaggi
colorati vestiti da frutta e verdura, musica, immagini,
piante, culture da diverse parti del mondo. Certamente
la visita ad Expo avrà fatto sì che in classe gli
insegnanti abbiano dedicato del tempo a sensibilizzare
i ragazzi al tema della nutrizione e della sostenibilità,
ma dubito la visita in sè abbia avuto una
valenza di molto differente a quella ad un gran parco
giochi.
L’estate calda non aiuta ad attrarre visitatori. A settembre
ed ottobre, ad un passo dalla chiusura, le visite
ad Expo registrano un’impennata, tanto che si
è addirittura pensato di prolungare la chiusura dell’evento.
Il visitatore tipo è un cittadino comune,
curioso, che forse vorrebbe sapere come contribuire
ad una causa, o capire quale ruolo ha in una prospettiva
globale, altre volte è li solo per fare un giro
e mangiare “gratis”: ognuno di questi scopi, nobile
o meno che sia, molto probabilmente, non verrà
soddisfatto. Per i molti, più sfortunati o fortunati
che dir si voglia, il caso ha almeno permesso di avere
un assaggio di cosa significhi vivere in un mondo
super popolato: si sono raggiunti picchi di circa 270
mila presenze giornaliere, e quando le risorse sono
limitate, questo comporta rinunce e lunghe attese.
Entrando dall’ingresso principale di Expo si trova il
Padiglione zero, allestito dalle Nazioni unite, entrandovi
si prende visione delle maggiori forze che
mettono a repentaglio la sostenibilità del pianeta e
la sicurezza alimentare mondiale. Sicuramente un
allestimento ben curato che però non dà alcun ruolo
al visitatore, non lo rende protagonista ma lo lascia
allo stadio di mero osservatore non permettendo di
creare alcuna coscienza partecipativa. Dal Padiglione
zero, con il tempo scandito da attese, ci si inoltra
tra quelli dei vari paesi che si snodano lungo il Decumano,
l’arteria principale di Expo lunga circa 1.5
chilometri. Ogni paese partecipante ha allestito uno
spazio espositivo, ma forse nel farlo in pochi hanno
ritenuto il tema dell’edizione un fattore vincolante.
Così quella che doveva essere l’esposizione riguardante
le sfide e le soluzioni in tema di alimentazione
ed energia è diventata, per lo più, una fiera di arte,
cultura e turismo. In molti dei padiglioni, salvo eccezioni,
si tenta direttamente o indirettamente di
promuovere un territorio, la sua cultura, la musica
e la cucina che a volte può essere assaggiata alla fine
della visita a prezzi medio-alti. Il Cardo, la seconda
arteria che attraversa il Decumano, ospita gli stand
di alcune regioni d’Italia, Palazzo Italia e l’albero
della vita. Anche qui si respira la stessa aria, quello
che interessa è promuovere una terra, incentivare il
turismo; tutto lecito, ma naturalmente, in questa
ottica la sostenibilità e la sicurezza alimentare vengono
relegate ad una zona di penombra.
Un’ Expo che tratta i temi di alimentazione e sostenibilità
esiste, ed è quella delle tavole rotonde, degli
interventi, dei seminari, tuttavia questa anima è per
di più sconosciuta al visitatore “turistico”. Così,
Expo che guarda al futuro mostra tutto il suo anacronismo
che ricorda quello di una struttura sociale
piramidale, tipica del medioevo. Qui la scienza, non
incontra il popolo, la si relega ad un mondo parallelo,
quasi surreale, non dedicandole neanche un padiglione.
Solo nel “Future food district”, in qualche
modo, si cerca di stabilire un legame tra cibo e tecnologie
innovative. Qui, si trovano tutte le correnti
filosofiche sull’alimentazione, da quelle dei puristi,
i savonarola del cibo, a quelle laissez faire, ma ognuna
di loro rimane arroccata nelle proprie idee, dopo
aver puntellato qualche centinaia di metri di padiglione.
Qui manca la profonda consapevolezza, che
serve dialogo, occorre educare, perché le sfide ci
sono e sono reali. Questi visitatori sono il nostro
popolo, siamo noi, e solo un processo di democratizzazione
dei risultati della scienza può aiutare a
renderli consapevoli del loro ruolo centrale nel vincere
le sfide in tema di sostenibilità ed alimentazione.
Expo, un bel nome, impegnato e promettente, soprattutto
per i ben pensanti, è diventato vetrina di
molte polemiche, ha suscitato curiosità. Ora che sta
per chiudere i battenti, ci piace ricordarlo per quello
che pensiamo che sia, con l’augurio che vi si renda
una fine degna del nome che portava “Nutrire il
Pianeta, energia per la vita”.
*Economista agraria

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