Chi tace acconsente – Terni contro gli inceneritori

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NO INCdi Matteo Aiani

A Terni, alle 15 di martedì 12 gennaio,
oltre 500 persone si sono ritrovate davanti
alla Prefettura in una manifestazione organizzata
dal Comitato No inceneritori. L’adunata,
in contemporanea con il Consiglio regionale, si è
poi spostata in corteo sino a Palazzo Spada. L’obiettivo
era di ribadire l’opposizione agli inceneritori
nella conca ternana alla luce del Decreto Sblocca
Italia, che contempla la presenza su scala nazionale
di 10 nuovi impianti di smaltimento. Uno di questi
riguarda l’Umbria e smaltirà circa 130mila tonnellate
di rsu. La necessità di realizzare un impianto ex
novo non è meglio precisata e, per la verità, appare
una soluzione piuttosto improbabile. Si tratta, infatti,
di un’operazione molto costosa, che di rado
scende sotto i 100 milioni di euro. Troppi indizi
lasciano quindi intendere che la scelta sia in buona
parte già fatta, sfruttando l’esistente. Terni è sede
di tre inceneritori, di cui due tornati in funzione e,
guarda caso, dopo lo Sblocca Italia, Acea ha chiesto
la modifica all’autorizzazione per il proprio impianto:
da 120mila tonnellate di pulper a 70mila
di pulper e 30mila di rsu. La Conferenza dei servizi
continua in modo imbarazzante a non pronunciarsi
sulla richiesta, mentre Comune e Regione offrono
da mesi soltanto risposte evasive dinanzi alla crescente
preoccupazione dell’opinione pubblica.
Avremmo gradito prese di posizione chiare e univoche.
Assistiamo invece soltanto a vaghi “no” all’ipotesi
di un nuovo inceneritore, mentre su quelli
esistenti si continua a occultare la realtà. Una verità
che pare palesarsi nei carteggi tra Regione e Governo,
nei quali si menziona la sopracitata richiesta
di Acea per il proprio impianto. L’atteggiamento
delle istituzioni, per salvarsi la faccia e far digerire
ai ternani l’amara pillola, evoca una trama niente
affatto originale, sebbene talvolta risulti piuttosto
remunerativa in termini politici. Nella prima fase,
minimizzare, screditare, negare e prendere tempo.
Poi, si inscena l’atto finale, con i cittadini messi davanti
al fatto compiuto, alla sua ineluttabilità, cui
segue la solita apologia dell’aver fatto il possibile e
la proibitiva opposizione al governo. Le possibili
motivazioni degli amministratori locali sono parimenti
poco nobili. Per un verso, la sudditanza o la
presenza di connivenze e interessi con gli imprenditori
legati all’incenerimento. Per l’altro, la cura
della propria carriera politica, la fedeltà o la soggezione
ad un partito che – in fin dei conti – ne permette
la candidatura e l’elezione.
Le ragioni non sono alibi e la linea scelta dalla politica
locale è inequivocabile. Tanto più che comportamenti
alternativi sono possibili e mostrano
come anteporre gli interessi dei cittadini e del territorio
alle convenienze personali o alle logiche di
partito. Ad esempio, sono ben 10 le regioni che
hanno avanzato richiesta di referendum contro le
trivellazioni dello Sblocca Italia. Dalla politica
umbra invece il messaggio è chiaro e preciso:
chi tace acconsente.

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