Cemento, ovvero la concorrenza per legge

0
220

di R.C.

Chi dice che d’estate con il solleone tutto vada in vacanza? Forse questo avveniva un tempo, quando era possibile distinguere normalità ed anormalità. Non avviene oggi in una fase di anormalità permanente, in cui i paradigmi interpretativi della realtà soggiacciono ad una ideologia unica che tutti sembrano condividere, anche se è ormai alle corde.

E’ quella del mercato come elemento regolatore dell’insieme dell’economia e della società, dei capitali che debbono poter fluire liberamente, dell’impresa che non deve avere limiti nella geometrica potenza della sua iniziativa. Alla fine azioni e reazioni produrranno percorsi di progresso e di crescita. Non importa se i risultati non ci sono, l’importante è crederci e attendere fiduciosamente che sorga il nuovo sole dell’avvenire. Gli spunti in proposito sono molteplici, alcuni di essi hanno come teatro l’Umbria, ma vanno al di là della regione, e spiegano bene le radici dello stato di anormalità. E’ il caso dell’Agenzia per la concorrenza che ha inflitto ai più grandi gruppi produttori di cemento una multa di 184 milioni di euro. Secondo l’Antitrust le grandi imprese del settore avrebbero concertato tra loro l’incremento dei prezzi, penalizzando l’industria delle costruzioni. E così i tre gruppi presenti in Umbria: Colacem, Cementir e Barbetti sono stati multati rispettivamente per 18.213.751, 5 milioni e 1.162.448 euro. Ovviamente hanno fatto ricorso al Tar, sostenendo di non aver fatto nulla di quello di cui sarebbero accusati. E’ lecito dubitarne e, comunque, anche se le violazioni fossero palesi non avrebbero fatto nulla di diverso (specie in periodi di crisi) da quello che fanno di norma le imprese che operano in mercati monopolistici o oligopolistici, dove il profitto viene realizzato come differenza tra i costi di produzione e i prezzi di vendita, più che per effetto di percorsi di innovazione tecnologica, di ciclo, di prodotto, ecc. E’ un dato che si registra dalla seconda metà dell’Ottocento e ogni tentativo dello Stato (l’odiato Stato) di frustrare tentazioni monopolistiche si per lo più rivelato inefficace, quando non inutile. Far convivere il capitalismo e la concorrenza per legge, bloccarne la tendenza al monopolio, sembra impresa più ardua che far funzionare quelli che una volta si chiamavano i sistemi socialisti. Siamo disposti a scommettere che alla fine le multe diverranno puramente virtuali e che l’illegalità verrà sanata con quattro spiccioli.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO