Carosello – Parole

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di Jacopo Manna
Carosello, dal napoletano carosiello / carusiello
ossia “salvadanaio”; il grande
linguista Bruno Migliorini spiega
trattarsi del diminutivo di caruso (a sua volta
da carosare ossia “tosare”), che di per sé varrebbe
“testa rapata” (e quindi anche “ragazzetto”):
all’inizio indicava, per analogia, una
palla cava fatta di terra seccata al sole, ingrediente
fondamentale di un gioco che gli spagnoli
importarono a Napoli alla fine del Quattrocento
in cui due squadre di cavalieri,
riccamente vestiti alla moresca, torneavano
entro uno spazio recintato scagliandosi addosso
proiettili leggeri, cioè canne secche o,
appunto, carosielli. Per ovvia estensione il termine
finì con l’indicare dapprima il gioco
stesso (ludus carusellorum lo chiama il cronista
Marcantonio Surgente nel 1597) e più tardi
ogni sorta di torneo in costumi variopinti all’interno
di uno spazio circolare: divertimento
di gran moda nell’Europa gentilizia, che insieme
al gioco importò anche il nome adattandolo.
E infatti la parigina Place du Carrousel
è così chiamata per un memorabile
torneo organizzatovi dal Re Sole. Poi finì l’ancien
régime e le cose cambiarono segno e destinazione:
nel 1825 al Prater di Vienna, pagando
pochi soldi, si poteva montare su una
grande piattaforma ruotante e girare fino a
farsi venire le vertigini; chi in quelle condizioni
riusciva ad infilare al volo col proprio
bastoncino un cerchietto sospeso accanto al
palco mobile vinceva un premio. Questa singolare
mescolanza tra la Corsa dell’anello e i
futuri seggiolini volanti (detti volgarmente
“calcinculo”) si chiamava Karussel, ma già da
qualche anno i bambini del nord Italia si divertivano
col carusèl, una struttura su cui
erano infissi dei cavallucci di legno e che girava
a suon di musica. Poi il temine passò ad indicare
qualunque movimento circolare di veicoli
o persone, variopinto e frastornante; e infine
una trasmissione storica della televisione italiana,
diciannove anni ininterrotti di sketch
pubblicitari serali, variopinti no (la Tv era in
rigoroso bianco e nero) ma un po’ frastornanti
forse sì.
Dal crollo del vecchio mondo feudale e blasonato
si sono salvate più cose di quanto non
parrebbe: ma è come se il passaggio dei tempi
storici ne avesse ridotto le dimensioni portando
in luce una sorta di loro componente
infantile.
Così il sacro cerimoniale dell’incoronazione,
in quei paesi che ancora un re ce l’hanno, si è
trasformato in un soggetto da riviste popolari
illustrate; la sciabola, arma per eccellenza del
gentiluomo combattente, è oggi un pittoresco
accessorio dell’alta uniforme (ossia appare solo
quando di combattimenti non c’è il minimo
rischio); e il torneo, la parata, la sfida in costume,
da manifestazione di sfarzo delle grandi
signorie o dei Comuni è divenuto un civico
passatempo collettivo che non dimostra più
la potenza della città ma semmai il suo ripiegamento
sul passato nell’incapacità di affrontare
il presente.
Nel momento in cui leggerete questa rubrica
si sarà già conclusa la seconda rievocazione
storica con cui, truccati alla rinascimentale, i
cittadini di Perugia celebrano la sottomissione
dei loro antenati di seicento anni fa all’armigero
Fortebracci.
Formalmente quello che ha percorso a suon
di tamburo le vie del centro storico è stato un
corteo. Ma per le ragioni sopra esposte (non
ultima quella di vendere ai turisti la città,
come i vecchi sketch vendevano ai telespettatori
gelati, detersivi, panettoni ed elettrodomestici)
sarebbe meglio chiamarlo un carosello.

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