Biodigestore di Foligno – Interessi privati

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di Sauro Presenzini*foligno
La vicenda del biodigestore che, in accordo
all’Ati 3 e a Vus spa, Asja Ambiente
Italia spa intende realizzare in
località Casone altro non è che un’enorme speculazione
economica, seppur legittima. Un impianto
che nelle intenzioni dei promotori, oltre
a produrre compost fertilizzante, dovrebbe generare
biometano con ricadute positive nel territorio,
in realtà una gallina dalle uova d’oro
per pochi che fra venti anni, esauriti gli incentivi
statali, si trasformerà in una scatola vuota.
Intanto è stato sbagliato l’approccio politico
amministrativo perché sarebbe stato corretto e
trasparente informare i cittadini, prima di metterli
di fronte al fatto compiuto, fornendo loro
informazioni sui pro e i contro di una “pericolosa”
scelta impiantistica (industria insalubre di
I° classe ai sensi del Dm 5 settembre 1994) che
rischia di generare un’enorme problema ambientale
e sanitario, a partire da un reale deprezzamento
dei terreni e delle case dell’intera
zona agricola di pregio (così come classificata
dal Prg del Comune) circostante, per almeno il
raggio di 1 chilometro. Ma non solo. La lavorazione
di materiale organico putrescibile, proveniente
dalla raccolta differenziata dei rifiuti,
prevede la manipolazione dello stesso e un controllo
e un trattamento biologico e batteriologico
del rifiuto attraverso lo sviluppo di batteri,
potenzialmente pericolosi. I possibili effetti sull’ambiente
rischiano fortemente di “danneggiare”,
anche dal punto di vista dell’immagine,
la rinomata e conosciuta zona di produzione
dell’olio di Trevi e di Spello, del Sagrantino di
Montefalco, nonché le numerose e varie attività
ricettive che di certo non si gioverebbero di tale
ingombrante e per nulla rassicurante presenza.
La possibilità di rischio biologico e sanitario serio-
grave potrebbe verificarsi, attraverso la tecnica
di irrigazione, fertirrigazione e/o spandimento
di compost-digestato comunque prodotto
nei terreni, problemi già riscontrati più
volte, anche in Italia. Emblematico il caso sollevato
in Emilia Romagna dal Consorzio tutela
del Parmigiano Reggiano che ha vietato la concimazione
dei terreni con questo ammendante,
derivante dalla lavorazione dei rifiuti in maniera
anerobica (trattamento effettuato in assenza di
ossigeno), perché si è riscontrato che attraverso
la catena alimentare, ovvero il foraggio somministrato
alle mucche, alcune spore indesiderate
di botulino riuscivano a compromettere poi le
forme di parmigiano che presentavano evidenti
gonfiori sospetti, fino ad “esplodere”.
Alcuni primi studi esteri, inoltre, hanno confermato
rischi e problematiche serie in relazione
all’utilizzo di ammendante/compost prodotto
in maniera anaerobica da digestione di rifiuti
con questa metodologia impiantistica, nonostante
la pastorizzazione (un trattamento termico
del compost per abbattere per quanto possibile
le potenti cariche batteriche presenti).
Anche uno specifico studio di Arpa Veneto del
2014 riferisce che la materia è troppo giovane
per trarre conclusioni certe, pertanto dovrebbe
prevalere il principio di cautela, piuttosto che
esporre la popolazione inconsapevole a rischi
sanitari e batteriologici seri.
E’ bene quindi che i cittadini siano informati e
si oppongano con tutte le forze e con ogni forma
di lotta lecita e possibile, ponendo in campo
tutti gli strumenti giuridici, a tutela del proprio
territorio, della propria salute, dei loro interessi.
Come presidente del Wwf, pur senza speranza,
ho lanciato un appello alle istituzioni per bloccare
temporaneamente tutte le autorizzazioni e
i pareri rilasciati e quelli in itinere, al fine di
consentire alla popolazione dei territori circostanti
e confinanti con Foligno, Trevi, Spello,
Montefalco, di essere informata e capire cosa
sta succedendo. Un diritto sin qui negato, perché
nessuno ha informato i cittadini di cosa sia
e cosa comporti questo tipo di impianto, collocato
impropriamente in una zona agricola di
pregio. Perché nessuno ha mai detto loro che al
massimo regime dell’impianto, potranno – e
dovranno – transitare nella vallata migliaia di
camion l’anno (il numero variabile dipende
dalla dimensione degli stessi) che invaderanno
le strade per alimentare in continuo questa “industria/
mostro insalubre”; che per ottenere tale
massimo regime, in un impianto volutamente
sovradimensionato rispetto alle esigenza dell’Ati3,
i rifiuti organici prodotti localmente non
saranno sufficienti, ma ne verranno fatti arrivare
altri da fuori regione in base alla migliore offerta
di prezzo di conferimento, con “ricadute negative”
per tutti.
Già la vallata interessata è da sempre soggetta
al fenomeno dell’inversione termica, che impedisce
agli inquinanti di disperdersi e “diluirsi”
in atmosfera, “bloccandoli” a terra, ed inevitabilmente.
L’aumento esponenziale del traffico
pesante, con i suoi scarichi di smog e polveri
sottili, non potrà che aggravare e aumentare la
frequenza degli allarmi delle centraline, con
conseguente blocco del traffico veicolare in un
territorio già troppo esposto ad ordinanze restrittive
per il peggioramento della qualità dell’aria.
A ciò si aggiungerà il prevedibile rapido
deterioramento delle strade e della viabilità circostante,
i cui costi graveranno solo sulla testa
dei cittadini, oltre al sempre presente rischio
d’incidenti automobilistici.
Nubi nere, insomma, si addensano all’orizzonte.
Una schiera di cittadini informati e inferociti,
(che si sono sentiti traditi da questo modo di
procedere che li ha esclusi e tenuti all’oscuro),
è pronta ad ingaggiare una furiosa battaglia, ma
Ati3, Vus, Comune di Foligno e Asja impianti
continuano a non tenerne conto. Emettere un
comunicato ufficiale informativo, pubblicare
un bando di gara, fare una conferenza stampa,
pubblicare la notizia in un albo pretorio o nei
siti istituzionali non è partecipazione, è soltanto
cattiva informazione.
L’unica e vera partecipazione a cui dovrebbe
aprirsi la politica è quella del confronto reale,
del contraddittorio, altrimenti siamo difronte
all’ennesima riedizione del Marchese del Grillo
e della sua salace e ormai famosa battuta, “io
so’ io e voi non siete …”. Come mai la stazza
di questo impianto è tripla rispetto alle capacità
di raccolta di rifiuto organico del bacino di riferimento?
Da dove arriveranno i rifiuti mancanti
necessari al pieno funzionamento del biodogestore,
per cui si prevedono 24 ore al giorno
e 365 giorni l’anno? Anche i medici per l’ambiente
dell’Isde sono fortemente critici su questo
tipologia d’impianto. Chi controllerà la qualità,
la provenienza, le quantità dei rifiuti importati
da fuori regione, visto che fino ad oggi, come
dimostra l’inchiesta/scandalo Gesenu con tanto
di interdittive antimafia, sembra che nessuno
sia stato in grado di vedere, di prevenire? I cittadini
dovrebbero sapere del rischio biologico e
sanitario che un’industria insalubre di tal fatta
potrebbe comportare.
Quello che serve realmente al territorio è una
soluzione ragionevole per trasformare il problema
rifiuti in una risorsa economica ed ambientale
ovvero il trattamento aerobico (lavorazione
del rifiuto in presenza di ossigeno) del
rifiuto in un impianto che sia rapportato al fabbisogno
di raccolta locale, per la produzione di
compost/fertilizzante di qualità, impianto già
esistente e da ammodernare, eliminando gli attuali
problemi odorigeni persistenti impiegando
i 3.200.000 euro concessi dalla Regione a questo
specifico scopo. Perché invece quei denari così
originariamente destinati, sono ora stati “regalati”
ad una società per azioni che ha come solo
obiettivo quello del profitto? Perché non si è ritenuto
di informare compiutamente la popolazione?
Forse per non frapporre ostacoli e ritardi
al processo autorizzativo (che già ora prevederebbe
la posa della prima pietra entro il mese di
ottobre). E’ questo il vero motivo nascosto, non
uccidere la gallina dalle uova d’oro?
*Presidente Wwf Perugia

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