Ast – Lo spettro della vendita

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I n provincia di Terni la crisi ha piegato
anche l’acciaio. I dati emersi nell’aprile
scorso sullo stato di salute delle aziende
metalmeccaniche aderenti a Federmeccanica
evidenziano la perdita di 1500 posti di lavoro
negli ultimi 4 anni, di questi 253 solo nel
2016. Insomma la crisi è ancora in corso, al
di là dei proclami di ripresa. Dice la Fiom di
Terni “un sistema Paese con leggi sul lavoro
ingiuste, dalla restrizione degli ammortizzatori
sociali all’assenza di investimenti da parte
delle imprese, da alcuni atteggiamenti imprenditoriali
spesso cinici ed opportunistici e da
molte distrazioni politiche ed istituzionali”. Fine
maggio, Terni, “Diritti in piazza”, la segretaria
nazionale della Cgil Susanna Camusso: “Non
possiamo non denunciare la nostra preoccupazione
quando vediamo che gli obiettivi non
si raggiungono e che la produzione diminuisce
[…] Non solo chiediamo il rispetto degli accordi
ma vogliamo anche capire quali siano le strategie
perché gli impegni vengano mantenuti”.
Ed è per questo che il sindacato ha indetto
due scioperi nel giro dell’ultimo mese, contro
le interpretazioni peggiorative dell’accordo siglato
nel 2014 con la ex ad Morselli. I problemi
sono noti: il protocollo sugli appalti; calo dei
volumi produttivi tornati a livelli normali solo a
giugno; la questione ambientale con il ripristino
del progetto di recupero delle scorie necessario
per l’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale,
senza la quale è a rischio la continuità
produttiva; la continua girandola dei dirigenti,
preoccupante segnale di corto respiro dell’azienda;
il taglio delle manutenzioni programmate
iniziato con la gestione Morselli che provoca
l’usura degli impianti e l’aumento del
deviato, i rotoli di qualità inferiore, le seconde
scelte. Insomma non desiste quello strisciante
progetto di ridimensionamento del più importante
sito produttivo di acciaio inox del sud
Europa. E ad ogni minaccia di temporale si
riaffaccia lo spettro della vendita. Nel 2012 la
finlandese Outokumpu ricopre una posizione
dominante sull’acciaio inox europeo ed è costretta
a vendere a ThyssenKrupp che prosegue
nei programmi aziendali.
Tre i punti: la ristrutturazione già effettuata, la
riorganizzazione ancora in corso e la vendita,
nonostante che Ast nel 2015 con 2375 dipendenti
abbia avuto un fatturato di 1,542
miliardi di euro ed un utile netto di 3,3 milioni.
L’ad. Massimiliano Burelli subentrato a Lucia
Morselli ha definito chiacchiere le ipotesi di
vendita. Ma intanto Tk negli ultimi due anni ha
chiuso il Centro servizi Terninox di Ancona, ha
venduto alla famiglia Rocca con una rilevante
minus valenza il gigantesco impianto siderurgico
brasiliano Csa e chiuso un grande impianto
in Alabama, Usa. Nei documenti programmatici
Tk l’acciaio inossidabile non è più
di interesse strategico. Più che legittima la
domanda sul futuro di Ast se Tk la metterà
sul mercato magari vendendola alla Tata Steel
Europe, la controllata dal 2007 del gruppo indiano
Tata.
Da tempo il settore dell’acciaio sta soffrendo
a causa di una sovracapacità produttiva a livello
globale. In questo quadro sono favoriti i
produttori delle economie emergenti in cui cresce
la domanda, e i costi del lavoro, delle materie
prime e dell’energia e i vincoli ambientali
sono minori. Nella Ue a causa della crisi dell’auto
e dell’edilizia e delle grandi opere i consumi
sono diminuiti del 30% rispetto al 2007
e la produzione ridotta di 20 milioni di tonnellate,
persi 40 mila posti. Intanto la cordata
Am Investco Italy, formata al 15% dal gruppo
Marcegaglia e all’ 85% dal colosso Arcelor-
Mittal controllato dal miliardario indiano Mittal,
ha acquistato l’Ilva di Taranto. Gli ultimi governi
sembrano notai che registrano senza intervenire.
I nuvoloni scuri che prima o poi arriveranno
anche sopra Terni non sono per niente
rassicuranti.

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