Alba Sasso: a rischio la libertà di insegnamento – Nulla di buono a scuola

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a cura di Ja. Ma.
L’anno scolastico 2016-2017 non si è
aperto davvero sotto i migliori auspici:
il referendum per abrogare la famigerata
legge 107 promosso dalla Flc Cgil (a tutti
nota come “La buona scuola”) non si terrà perché,
per poche migliaia in meno, la soglia delle
cinquecentomila firme necessarie a richiederlo
non è stata raggiunta; in compenso i primi effetti
della nuova gestione si stanno già facendo sentire,
con una giostra dei trasferimenti nel corpo insegnante
che ha raggiunto livelli di confusione mai
visti prima: secondo quanto ricordato da “Tuttoscuola”,
storica rivista di settore, la percentuale
di mobilità dei docenti (che di solito si attestava
sulla quota già alta del 10%) quest’anno è triplicata,
con tanti saluti alla continuità didattica.
Infatti, essendo imminente il piano straordinario
di assunzioni voluto dal governo Renzi, la nuova
legge ha previsto una deroga alla norma attuale,
che richiede la permanenza triennale del docente
nella provincia di assegnazione, consentendo eccezionalmente
la possibilità per l’insegnante di
farsi trasferire anche prima di tale termine. Poiché
da qui in avanti dovrebbe entrare in vigore il
nuovo criterio detto “chiamata diretta”, secondo
il quale non è più il docente a scegliere la scuola
ma questa a richiedere quello, la quantità di maestri
e professori che hanno domandato di cambiare
sede è stata prevedibilmente altissima; a
questa già notevole confusione hanno contribuito,
per parte loro, anche i sistemi informatici
del ministero dell’Istruzione, i cui errori di calcolo
nell’assegnazione del punteggio sono stati all’origine
di un bel po’ di ricorsi (se ne parla qui accanto
nella rubrica “Parole”). Tale incapacità a
gestire una situazione prevedibilmente complessa
non lascia sperare bene per quanto riguarda le
altre novità della legge che, ricordiamolo, è stata
messa a punto senza alcun reale ascolto della
classe docente e prevede ampie e preoccupanti
deroghe al governo. Gli insegnanti sinora hanno
reagito a questa riforma imposta dall’alto facendo
muro: spesso in maniera efficace, ma (come si è
visto nel caso della raccolta firme per il referendum)
senza riuscire a dimostrare pari capacità di
rilancio della lotta. Situazione, dunque, contraddittoria
e difficile.
Su tutto ciò ha provato a fare il punto Alba Sasso,
in un incontro pubblico, organizzato dall’associazione
culturale perugina “Itinerari” e dalla locale
sezione del Cidi, introdotto da Alba Cavicchi
e moderato da Claudio Francescaglia, svoltosi a
Perugia presso la sala Santa Chiara il 13 gennaio.
Figura ben nota a chiunque in Italia si occupi di
scuola, Alba Sasso è stata deputata tra le file dell’Ulivo
e assessore per il diritto allo studio nella
Regione Puglia al tempo della giunta Vendola;
ma è stata anche una delle fondatrici del Cidi, il
Centro di iniziativa democratica degli insegnanti,
che dal 1972 monitora la situazione della scuola
italiana e ne difende la natura di servizio pubblico
e aperto a tutti. Il Cidi era stato fortemente
voluto da Tullio De Mauro, grande linguista oltre
che attivissimo promotore del diritto allo studio
e della scuola libera e democratica; ovviamente
l’incontro si è aperto nel ricordo di questa grande
personalità, proseguendo con una panoramica
generale della situazione e con una serie di considerazioni
sul ruolo attuale della scuola in Italia.
A seguire e partecipare alla discussione un pubblico
molto attento, ma composto quasi esclusivamente
di insegnanti di mezza età se non già a
fine carriera, frequentatori abituali di questo genere
di iniziative… Al termine, Alba Sasso ha
risposto ad alcune nostre domande.
Lei ha un lungo percorso di militanza politica
all’interno della sinistra. Dal punto di vista della
sua esperienza, il criterio con cui è stata governata
la scuola negli ultimi anni costituisce uno
sviluppo della situazione precedente o piuttosto
una rottura?
Sicuramente un peggioramento della situazione
precedente, e quindi in questo senso una rottura.
La legge 107 rompe su tutta una serie di questioni
a cominciare dall’organizzazione del sistema scolastico:
reso autoritario, verticistico, gerarchico,
dove il governo della scuola non è più in mano a
chi la scuola la fa, ma a un preside considerato
manager… Viene meno quell’idea di autonomia
come responsabilizzazione di tutti i soggetti che
lavorano nella scuola. Vengono meno le funzioni
esercitate nel tempo dagli organi collegiali che,
con tutti i loro limiti, erano uno strumento democratico
Si parla spesso di come sia cambiata l’intelligenza
degli studenti delle ultime generazioni;
cosa dire invece di questa nuova leva di insegnanti?
Lei che ne incontra di continuo nota
differenze rispetto ai loro colleghi del passato?
Gli insegnanti di ultima generazione sono più
che formati e disponibili a rafforzare le loro competenze
e le loro capacità professionali, però (sto
ovviamente generalizzando) sono stati, per via
del precariato, per molti anni sballottolati da una
parte e dall’altra: devono quindi acquisire una
maggiore fiducia in loro stessi e nella loro capacità
di essere, anche, degli intellettuali
Le ultime riforme puntano molto sullo stimolo
della competizione fra le componenti di ogni
singola scuola, oltre che fra una scuola e l’altra.
A suo avviso può esistere una qualche forma di
competizione virtuosa?
La competizione può essere anche virtuosa
quando riguarda la qualità di un servizio, ma la
scuola non è solo “servizio” ma luogo di crescita
per tutti coloro che la abitano. Ogni scuola dovrebbe
dare a tutti i ragazzi e tutte le ragazze la
possibilità di raggiungere i livelli più alti. La competizione
“virtuosa” , insomma, è con se stessi.
La categoria degli insegnanti ha dimostrato una
notevole capacità di resistenza all’imposizione
delle nuove riforme. Ma, a parte il disaccordo
sul contenuto della legge, è proprio da escludersi
che in questo atteggiamento di rifiuto abbia
pesato una certa mentalità corporativa?
Ma no, non lo credo. In una battaglia che ha
coinvolto così tanti soggetti può esserci ovviamente
di tutto, ma il nucleo forte di questa resistenza,
che ha avuto forme di manifestazione anche
al di là della stretta attività sindacale, era
costituita da persone che agivano spontaneamente.
La spinta fondamentale nasceva dal sentirsi
espropriati del proprio essere insegnanti, di
sentirsi ridotti da soggetti a dipendenti. E la
logica della legge 107 è appunto quella di ridurre
l’insegnante a dipendente. Insomma, quello a
cui si è reagito è la messa in discussione della “libertà
di insegnamento”, elemento fondante della
scuola disegnata dalla Costituzione.
All’inizio di questo incontro è stata giustamente
ricordata la figura di Tullio De Mauro, scomparso
lo scorso 5 gennaio, personalità di grande
rilievo intellettuale anche in quanto fondatore
e animatore del Cidi. Senza di lui, cosa potrebbe
cambiare nella vostra associazione?
La scomparsa di Tullio De Mauro è una grave
perdita per l’intero Paese. È stato un grande studioso
e un grande maestro per intere generazioni.
Ha dato valore alla scuola italiana come strumento
di decondizionamento sociale e come
luogo di promozione culturale di tutte e tutti.
La scuola secondo Costituzione, appunto. Siamo
molto addolorati di non averlo più tra noi, ma
quanto ha dato al Cidi, come quanto ha dato
alla cultura della scuola e alla cultura del Paese,
rimane traccia indelebile e continuerà a vivere
nel nostro cuore, nella nostra intelligenza, nella
nostra coscienza. Certo, senza di lui, ci sentiamo
più poveri.

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