A tutti piace macro – A proposito della riforma delle regioni

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Renato Covino

Forse non servirà a nulla aprire una discussione sulla probabile riforma delle regioni, forse anche questo dibattito finirà a coda di sorcio, con interventi imbarazzati e rituali. Non è tuttavia un motivo per non provarci. La questione è infatti strategica, troppo importante per appaltarla a politici e amministratori, anche se così come è stata impostata rischia di non appassionare nessuno, soprattutto un’opinione pubblica stremata e distratta da questioni più importanti. E tuttavia la questione concerne una tematica non banale come quella della democrazia e dell’autogoverno, temi su cui si discute fin dall’Unità d’Italia e su cui le forze progressiste e i partiti popolari si sono confrontati con alterne vicende. Il peccato originale La questione delle regioni si porta dietro un vizio di origine. L’ipotesi su cui Carlo Cattaneo difendeva l’impianto federalista del paese era quella di unità regionali più ristrette di quelle attuali, simili ai cantoni svizzeri per dimensione e organizzazione. Come è noto la sua proposta non ebbe estimatori né tra i moderati né tra i mazziniani; vinse piuttosto la distrettualizzazione di stampo napoleonico caratterizzata dal decentramento dei poteri statuali, esercitanti funzioni di controllo sui territori. Quelle che oggi definiamo regioni altro non sono che dipartimenti statistici senza storia e con confini improbabili. Anche quelle che avevano avuto una vita statale propria (il Piemonte, la Toscana, il Veneto e la Liguria) facevano emergere, all’indomani dell’Unità, polarità e differenziazioni: a maggior ragione le altre, come l’Umbria, mostravano una configurazione tutt’altro che unitaria, caratterizzandosi come un assemblaggio di città e territori. Quello che avvenne dopo non fu altro che la codifica di una finzione, che portò nei sussidiari, nei manuali di geografia, nelle guide turistiche, partizioni inesistenti. Proprio queste, tuttavia, entrarono nella Costituzione repubblicana, sancendo soggetti di autonomia frutto di una retorica che peraltro stentò ad affermarsi nell’ordinamento giuridico. Questo elemento è per l’Umbria ampiamente accertato. Essa è stata definita come una regione “inesistente”, “inventata”, frutto di un assemblaggio di territori con caratteri geografici, storici, economici diversi. Quando si cominciò a parlare della necessità dell’istituzione delle regioni, in Umbria la proposta decollò sull’onda di una esigenza composita: l’istanza di autonomia nei confronti dello stato centrale da realizzarsi attraverso un impianto programmatorio che garantisse alle comunità un peso sulle scelte nazionali, consentendo ad una regione povera e marginale di uscire da uno storico sottosviluppo. Tutto il resto – le radici storiche, le determinanti geografiche, le origini etrusche o romane, ecc. – altro non fu che invenzione retorica. Un patto virtuoso e la sua eclisse In realtà la regione nacque come patto tra amministrazioni locali, organizzazioni sociali e partiti politici e funzionò fino a quando tale patto tenne, ossia finché fu possibile mantenere la mediazione tra i diversi territori. Ciò risultava ancor più necessario nel momento in cui, al contrario di altre realtà territoriali, non esisteva un centro ordinatore, una “capitale” – che ancora non c’è – nonostante la sostenuta crescita demografica e funzionale di Perugia. Una capitale non è, infatti, solo il frutto di scelte amministrative, ma il risultato di una lunga sedimentazione e di un riconoscimento da parte delle altre comunità, che in questo caso non c’è mai stato. A partire dagli anni ottanta il patto di cui sopra ha cominciato a subire una progressiva eclisse. Non è stato solo il frutto di rinascenti municipalismi, della crisi endemica delle strutture produttive o delle sempre minori risorse a disposizione di un welfare esteso e efficace. Il fatto è che le spinte programmatorie si sono andate progressivamente affievolendo. Tale processo è andato avanti a lungo, mentre il ruolo dell’intervento pubblico si andava affievolendo e prendevano forza le spinte privatizzatrici e liberiste a livello mondiale e italiano. Una ulteriore accentuazione della crisi del regionalismo si è verificata grazie al peso crescente dell’Unione europea, allo spostamento in quella sede del centro delle scelte economiche, alla perdita di autonomia degli stati nazionali in materia di politica economica. Le scelte di investimento della Regione sono diventate surdeterminate, mentre sotto l’onda della vulgata federalista della Lega Nord, inseguita da tutti, si è cominciato a parlare di federalismo fiscale, ossia l’ipotesi secondo cui il gettito tributario delle singole regioni dovrebbe – al netto dei trasferimenti pubblici – coprire le loro spese. Era la proposta della Fondazione Agnelli dei primi anni novanta, ed essa penalizzava le piccole regioni che si riteneva dovessero aggregarsi a realtà maggiori. Per l’Umbria si ipotizzava una divisione delle due province tra Toscana (Perugia) e Lazio (Terni). Non era solo una questione finanziaria ma anche di riequilibrio dimensionale. Si riteneva che non fosse possibile avere regioni come la Valle d’Aosta che erano 1/90 della Lombardia. Il tema ha avuto una presenza rapsodica nella discussione pubblica, emergendo a tratti per poi inabissarsi nuovamente. Centralismo statale e enti decentrati autarchici Con la crisi, gli scandali nelle singole regioni, il rimaneggiamento amministrativo di cui il cambio di funzione delle province è il dato più rilevante, il default sempre più evidente dei percorsi dell’autonomia, il taglio dei trasferimenti dello Stato e le sempre minori risorse messe a disposizione dalla programmazione europea, l’esaurirsi della spinta federalista, la questione è tornata di attualità. E’ chiaro il percorso scelto: promuovere percorsi di centralizzazione, riducendo la quantità degli enti autonomi e trasformandoli in quelli che il fascismo denominava enti locali autarchici, ossia in forme di mero decentramento dello Stato. E’ in questo quadro che prende piede il concetto di Italia mediana, vista come soluzione alla crisi delle realtà regionali del centro ed in particolar modo della più piccola e fragile, ossia l’Umbria. Dapprima la questione si colloca nella ricerca di forme d’intervento interregionali, soprattutto nelle aree di confine, poi, di fronte ad una proposta parlamentare di riduzione da 20 a 10/12 regioni (un po’ sul modello francese), si parla addirittura di fusione tra più regioni. Proposte estemporanee prive di qualità Fondersi: ma con chi, per fare cosa, con quali procedure? Abbiamo da mesi riportato le varie opzioni e le diverse osservazioni di merito. Le ipotesi in campo sono due: la fusione Toscana- Umbria-Marche, proposta dal presidente toscano Enrico Rossi e accettata dagli altri, e quella avanzata dal sottosegretario Bocci (Marche, Umbria, bassa Toscana e alto Lazio). Riguardo alla prima opzione si osserva che rischia di marginalizzare l’Umbria, schiacciata tra due realtà più forti economicamente. Alla seconda si obietta che comunque l’unità amministrativa sarebbe troppo piccola, mentre si ritiene che l’organizzazione produttiva umbra sia più simile a quella toscana che a quella marchigiana. La questione non è tanto quale fusione verrà fatta, quanto il ruolo della nuova realtà amministrativa. Non ci si può, ancora una volta, appellare alla storia, tantomeno alla geografia o all’economia. A occhi aperti L’impressione è che dietro le proposte si stiano posizionando i diversi territori e spezzoni di classi dirigenti cittadine, ciascuno alla ricerca delle possibili convenienze. Intanto si sottovalutano alcuni problemi. Il primo è che non c’è nessun patto tra territori e società locali, anzi le diverse amministrazioni locali stanno definendo percorsi pattizi con il governo, dando alle unità regionali un semplice ruolo di coordinamento. Il secondo è che nelle dichiarazioni non ci sono due temi che nella prima fase del regionalismo erano fondanti: l’autonomia e le scelte di programmazione. Insomma, si prende atto che la fase è cambiata e le macroregioni possono contrattare meglio con l’Europa e con i governi, oltre a realizzare qualche risparmio che puntualmente verrà sperperato in mille rivoli. L’orizzonte resta il mercato, le privatizzazioni e il liberismo. Il terzo è il rischio o meno di marginalizzazione, ma questo non dipende tanto da quanti consiglieri e assessori umbri siederanno nei consigli della nuova macroregione, ma da quali idee e proposte gli umbri e le loro rappresentanze riusciranno a mettere in campo. Saremo prevenuti, ma non ci pare di vedere alcuna capacità di rilanciare. La macroregione, in sintesi, viene vista come il male minore a cui ci si rassegna, un’uscita di sicurezza dalle difficoltà economiche e politiche della congiuntura. In altri termini non appare alcuna intenzione a trovare soluzioni di sistema, coinvolgendo i cittadini. Invece sarebbe urgente produrre qualche idea, individuare perlomeno una metodologia di confronto, uscire dalla morta gora in cui versa il dibattito regionale. Noi siamo disponibili, ammesso e non concesso ci sia qualcuno che ne voglia discutere.

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