Nuova Fontivegge Horror vacui

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Negli anni ottanta, alle lezioni di urbanistica22
della facoltà di architettura, ci
insegnavano l’importanza del vuoto
nella progettazione della città. La sequenza tra
vuoti e pieni scandiva il ritmo e costruiva l’armonia
urbana a misura d’uomo, quindi il vuoto
aveva importanza e dignità quanto il pieno, l’edificio
come la piazza. I modelli erano ancora le
città medievali e rinascimentali oggi racchiuse
nei centri storici, porzioni urbane delimitate da
vincoli conservativi in cui abbiamo confinato il
passato costringendolo a convivere con l’automobile.
Passando dalla misura umana a quella
dell’auto cominciarono i problemi, le piazze non
furono più luogo d’incontro, ma solo spazi dove
parcheggiare, prima selvaggiamente, poi sulle
strisce bianche, poi su quelle blu e infine la sosta
venne spesso
vietata. Salvo
poi ricominciare
la trafila.
Intanto la città
viveva e produceva
altrove e
l’auto era, ed è,
mezzo irrinunciabile,
specie
dove i servizi
pubblici non
soddisfano la
domanda del
territorio. Così è anche nel comune di Perugia,
territorio tra i più estesi d’Italia, ma questo non
basta per giustificare l’inefficienza. Tra le conseguenze
più facili da immaginare c’è il non incontrarsi
più per le strade e nelle piazze, o meglio,
non si incontra più chi usa l’auto per spostarsi,
cioè la maggioranza dei cittadini. La voce di
quelli che usano i marciapiedi e le piazze non
raggiunge gli amministratori, a meno che non si
tratti di casi riconducibili alla sicurezza urbana,
da tempo il tema più sentito, e più irrisolto, in
tutte le città, piccole o grandi che siano. Perugia
non fa eccezione, si ricordano ancora grandi e
partecipate iniziative sulla sicurezza urbana nelle
vie del centro storico da parte di associazioni e
comitati, che hanno visto protagonista perfino
l’attuale vice sindaco. Purtroppo le misure adottate
per affrontare il problema intervengono
spesso a valle e sono basate solo sull’aumento dei
presidi delle forze dell’ordine. A conti fatti è la
soluzione meno onerosa per l’amministrazione,
e in grado di garantire qualche ritorno “di immagine”.
Si sollecita il parlamentare di riferimento
per un nuovo posto di polizia o una
implementazione di agenti, si fa una grande
campagna mediatica sulla paura, sperando di
mettere il silenziatore al problema, fino al successivo
caso di cronaca. Invece, ci sarebbe bisogno
di prevenzione e per farla è necessario agire
secondo un’idea di città al servizio della collettività,
ma da molti anni la deregulation introdotta
per legge ci sta portando nella direzione opposta.
Ne rappresentano un chiaro esempio i metri
cubi di edifici inutilizzati, perché costruiti in assenza
di domanda, che vanno ad appesantire
l’impianto urbano senza apportare i benefici derivanti
dalle relazioni tra cittadini, la più vitale
struttura costitutiva della città. Il tema della sicurezza
urbana è complesso e lo dimostrano i
molti esperimenti di veri o presunti specialisti,
ma se c’è un settore che non può essere escluso è
quello dell’urbanistica, delle sue leggi e leggine
fatte dalle amministrazioni e capaci di incidere
sulla vita sociale urbana. Questo vale tanto per i
centri storici quanto per i successivi ampliamenti
del perimetro urbano e rimanendo a Perugia
un’altra zona piena di problemi simili è quella
intorno alla stazione ferroviaria di Fontivegge.
Dopo l’insediamento del nuovo centro direzionale
del Broletto è stato un fiorire di edifici con
uguale destinazione e la già alta densità edilizia
della zona ha contribuito a creare luoghi in cui,
mancando il controllo sociale dei residenti, alla
chiusura degli uffici si è insediato il controllo di
soggetti poco raccomandabili. Da qui la percezione
di insicurezza. Ora si vorrebbe accreditare
l’idea che la variante discussa recentemente sui
due comparti di Fontivegge muova da un desiderio
di affrontare questo tema, solo perché in
uno si aumentano le destinazioni d’uso possibili
(da esclusivamente direzionale ad anche esercizi
pubblici e altro); nell’altro si aumenta la volumetria
massima di 1120 mc con la tamponatura
dello spazio ora destinato all’attesa degli autobus
e relativo cambio di destinazione.
Tra le molte considerazioni possibili, alcune sono
prioritarie. Per esempio, sarebbe interessante sapere
se è venuto prima lo studio della variante o
la richiesta del privato che ha manifestato al comune
certe esigenze; il timore è che, come spesso
accade, sia stata praticata la seconda ipotesi,
quindi, in assenza di programmazione e solo con
obbligo di verifica. E’ questa subalternità della
pubblica amministrazione che non garantisce
l’interesse della comunità e relega le varianti urbanistiche
alla mera contrattazione con il privato
facoltoso lasciando alla politica la ricerca di una
versione credibile per nascondere una classica
operazione speculativa.
Altro aspetto da considerare è il mix di funzioni
studiato dal Piano regolatore che con l’incremento
di destinazioni d’uso e di volumetria richiederà
un aumento dei servizi necessari e il
terminal degli autobus dovrà essere ricavato altrove.
Oppure verrà soppresso o drasticamente
ridotto, vista la scarsa domanda di mobilità su
mezzi pubblici? Pensare che il rilancio dell’area
possa cominciare da questa variante sembra
un’utopia, prima di tutto perché si spera di popolare
la piazza del Bacio di persone perbene,
così si legge sulla home page dell’assessore all’urbanistica.
Invece, osservando la tipologia architettonica
disegnata da Aldo Rossi, caratterizzata
da un fuoriscala antitetico alla misura umana, si
tende a concordare con chi ha ravvisato nel disegno
della piazza del Bacio la citazione delle
piazze metafisiche di De Chirico, che erano pressoché
deserte: probabilmente così l’ha immaginata
Rossi. Probabilmente il tentativo di risolvere
i problemi della città moderna con gli strumenti
di quella antica è destinato a fallire. Per mantenere
il controllo sociale come strumento di sicurezza
urbana invece di scegliere per la nostra città
progetti a misura delle metropoli, potevamo
forse riprodurre il tessuto urbano storico confermando
orgogliosamente la nostra identità provinciale.
Neanche riempire le piazze con gli
eventi della domenica risolve il problema sicurezza,
la città deve essere fruita quotidianamente
in tutti i suoi angoli dai suoi abitanti, prima che
dai turisti. Ma ormai è tardi e siamo costretti a
procedere per tentativi come tanti apprendisti
stregoni.

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